Formigoni, tetro epilogo  di una saga a colori

Formigoni, tetro epilogo

di una saga a colori

Quella di Roberto Formigoni è una saga a colori. Due, in particolare, quelli che lo hanno perduto: il celeste (vedete voi se con l’iniziale maiuscola) e l’arancione. Una tinta pastello e una forte, del tutto incompatibili tra loro se non in fatui beveroni dal gusto stucchevole e dolciastro che hanno finito per inebriare l’immensa lucidità politica di un personaggio cardine della Seconda Repubblica perché aveva studiato, e tanto, nella Prima.

Il più longevo presidente della più opulenta regione d’Italia ha cominciato a bearsi della definizione di “celeste”, come se il trentesimo piano del Pirellone e il trentanovesimo del belvedere mozzafiato di palazzo Lombardia dove Formigoni operava, fossero l’anticamera del paradiso. Invece erano quelli di una cella dalle sbarre grigie del carcere di Bollate, dove da ieri è rinchiuso colui che a un certo punto si era illuso di essere prossimo a prendere in mano i destini del Paese e non solo quelli del territorio che va dal Ticino all’Adda, dalle Prealpi al Po. Da lì è cominciato tutto.

Formigoni, al di là della più che rispettabile verità giudiziaria che lo vede condannato in via definitiva per favori a cliniche private in cambio di vacanze da sogno e case a buon prezzo, è stato tradito da un improvviso cambiamento di look e di un tracimante delirio di onnipotenza. Una mutazione del politico, serio e preparato sempre fasciato da impeccabile grisaglie, in una sorta di dandy delle istituzioni. Il tutto per aspirare al soglio della leadership del centrodestra e, all’epoca, anche del paese. Se ce n’è stato uno davvero in grado, per attitudini, qualità e carisma di raccogliere l’eredità di Berlusconi è stato lui. Altro che Fini e Casini. Quella del non ancora Celeste era un’altra camminata, vorticosa ma poggiata sui punti fermi di un’azione politica che coniugava liberalismo e sussidiaretà in grado di mutare in maniera copernicana prima il sistema sanitario poi quello scolastico regionale.

La prima cosa che fece Formigoni, una volta insediato al Pirellone nel 1995 dopo una facile campagna contro il leghista Speroni e il popolare Masi, fu quella di togliere qualche ragnatela a un’istituzione, la Regione, nata negli anni ’70 per contribuire a modernizzare il sistema politico italiano e realizzare il decentramento voluto dai padri costituzionali, che si era un po’ sclerotizzata dopo le fulgide presidenze del solido visionario Piero Bassetti e dei lariani Cesare Golfari e Giuseppe Guzzetti. L’allievo di don Giussani fu il primo a intuire che l’elezione diretta del presidente, appena introdotta, poteva essere capitalizzata anche sotto il profilo dell’immagine, divenuta centrale nell’agone politico ancora traumatizzato da Tangentopoli e dall’avvento della telecrazia berlusconiana. Il termine “governatore” per indicare in maniera impropria e americaneggiante il numero uno della Regione, nasce con Formigoni. Gli altri sono il gruppo che segue. Lui mette subito a frutto il nuovo status. Inventa con il tempo una politica estera regionale parallela e a volte concorrenziale a quella del governo. Poi il modello sanitario che coinvolge a pieno i privati e mostra le tante luci ma anche qualche pesante ombra. Le regole e i lacciuoli normativi gli vanno bene fino a un certo punto, tant’è che la magistratura comincia a interessarsi di lui che però, al di là di una condanna per diffamazione di esponenti radicali, di alcuni procedimenti ancora aperti e di quello che lo ha travolto, è sempre uscito a testa alta.

Dopo la prima, le tre rielezioni al soglio lombardo sono passeggiate di salute. Il potere nella regione è assoluto. Quando vi sono scaramucce con gli alleati di governo, la sua anticamera di affolla di aspiranti nuovi amici. In un viaggio negli Usa balza su una limuosine e bussa alla Casa Bianca nella speranza di un’udienza con l’allora presidente Bill Clinton, che gli darebbe una dignità da capo di Stato. Rimarrà deluso.

L’inizio della fine arrivano quando i confini della pur amata e opulenta Lombardia cominciano a diventare stretti. Da qui gli icarici voli verso la platea nazionale che gli viene sempre negata. In primis da Berlusconi che intuisce il pericolo di un fuoco amico troppo caldo che rivolge contro la cera delle ali formigoniane. Pesa anche il settarismo di Comunione e liberazione, un macigno per aspirazioni politiche e non, destinate a rimanere confinate in pur ampi e confortevoli ridotti.

Quando l’ex Cavaliere si rimangia la promessa di una presidenza del Senato (non a caso aveva concesso quella della Camera agli altri più innocui aspiranti delfini, Casini e Fini) che avrebbe rappresentato il trampolino per Formigoni, quest’ultimo capisce l’antifona. Si ritira in Lombardia e prepara la battaglia fatale che segnerà la sua caduta: quella dell’immagine, delle vacanze ostentate divenute prezzo della corruzione, delle cene caste ma parecchio eleganti, dei completi e delle cravatte sgargianti, di diete da modelle. Lo star system come viatico perché le qualità politiche, nella repubblica dell’immagine, diventano argent de poche. Gli sarà fatale. Forse perché non avrà il coraggio di applicare quella legge della politica per cui se vuoi scalzare il leader lo devi sfidare e battere in campo aperto e non sederti sulla riva del fiume con indosso una giacca arancione. Presto tutto scolora per Formigoni, fino al triste epilogo di ieri. La verità giudiziaria non potrà però scalfire l’immagine di un Gulliver tra gli attuali nani della politica che, non a caso, lo hanno immobilizzato con il cordame di una legge che obbliga un uomo di oltre 70 anni alle ristrettezze del carcere senza aver commesso reati efferati o di sangue. Chi sbaglia deve pagare, sul come il dibattito resta aperto.

f.angelini@laprovincia.it

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