Finite le guerre  ci resta lo stadio

Finite le guerre

ci resta lo stadio

«Io non sono mai andato a vedere una partita con una ragazza. O l’una o l’altra. Alle fidanzate dovrebbe essere proibito per legge entrare in uno stadio».

In questo strepitoso aforisma di qualche anno fa, che era molto poco una battuta e invece tanto una scelta di vita, una scuola di pensiero, una visione del mondo, sta un po’ tutto l’integralismo calcistico di Massimo Fini, grande giornalista, polemista formidabile, scrittore bastiancontrario, profeta dell’antimodernismo, della decrescita felice o infelice, basta che sia decrescita, della demolizione sistematica dei pilastri della società borghese, consumistica e tecnologica. E in questa sua cosmogonia, la parte dedicata al calcio, così come quella alla guerra - i due termini sono molto assimilabili - è particolarmente ricca e antropologicamente dirimente.

L’attualità del suo pensiero ha avuto conferma eclatante durante la sfida di Champions tra Juventus e Manchester United e in special modo nei caldissimi minuti del dopopartita con lo show di Mourinho a suggello della più clamorosa e immeritata delle vittorie. È bastato il gesto dell’orecchio contro le curve insultanti per far partire il circo mediatico. E provocatore e demagogo e buffone e cialtrone e arruffapopolo e incendiario e terrorista, ma anche pubblico incivile e violento e com’è possibile vomitare improperi contro una persona per novanta minuti e non c’è educazione e non c’è rispetto e non c’è maturità e non c’è civiltà e come si fa a portare allo stadio i bambini e le famiglie e le fidanzate (!) e basta e dove andremo a finire e tutto il resto del rotoscopio luogocomunista nel quale il giornalista collettivo inzuppa il biscotto della retorica nazionale benpensante.

Ma le cose non stanno così. Il primo aspetto da chiarire è che non bisognerebbe mai cascare nelle trappole dell’allenatore portoghese che, essendo un genio del marketing, un profondissimo conoscitore della psicologia delle masse e, soprattutto, il più straordinario, impunito, impagabile e gigionesco paraculo della storia del calcio, passa le stagioni, oltre che a vincere scudetti e coppe, a costruire l’immagine del leader divisivo e urticante di cui, che lo si ami o lo si odi, non si può fare a meno di parlare. Un Dio della comunicazione, che usa le sue squadre come taxi e al quale importa solo di se stesso.

Il punto vero, però, è un altro. E Mou, proprio come Fini, l’ha capito benissimo. Lo stadio non è un salotto e neppure un mero spazio fisico dove si svolge una manifestazione sportiva. È un’arena. Un luogo psicologico, tribale, nel quale le persone sfogano a ondate compulsive e totalmente irrazionali il carico di aggressività, di vitalismo, di ira, di ferocia, insomma, dai, diciamola finalmente la parola proibita, di odio che è connaturato all’essere umano. Ne fa parte. Ne innerva tutto il percorso esistenziale. A tratti lo informa completamente. La storia dell’umanità strabocca di momenti deputati alla catarsi della violenza - la festa orgiastica, il rito di passaggio, la corrida, il carnevale - che esistevano proprio come valvola di sfogo di una pulsione che non può essere repressa a prescindere e all’infinito. Ed è qui che il ragionamento di Fini diventa particolarmente acuto, per quanto discutibile. Visto che quegli ambiti tipici della civiltà premoderna, preilluministica sono scomparsi e visto che, almeno per l’Occidente e almeno per ora, non esiste più l’orizzonte della guerra, che ha forgiato la società umana per tremila anni e che quando accade oggi è combattuta in larga parte dalle macchine, a noi occidentali resta solo lo stadio.

È quello il luogo della grande liberazione. E fino a quando resta solo verbale - naturalmente - può addirittura rivelarsi positiva, taumaturgica, esorcizzante. A chiunque di noi è capitato di vedere persone irreprensibili, posate e mature trasformarsi in satanassi ululanti alla vista della squadra avversaria, del bomber nemico, dell’arbitro ovviamente venduto e sentirli dire cose irriferibili, inaudite sulla mamma di quello, sulla reale professione della sorella di quell’altro, sul tipo di morte che attende quell’altro ancora. E sbraitare e straparlare e sacramentare con le vene gonfie e gli occhi strabuzzati e profetizzare maledizioni millenarie, piaghe bibliche, contrappassi danteschi, per poi presentarsi tutte linde e pinte in ufficio il giorno dopo. A chi scrive, è successo di ascoltare un prefetto, signore di grande levatura professionale e culturale, severo tutore della sacralità delle leggi, azzeccagarbugliarsi nell’indifendibile difesa della Juve, che in barba a tutte le condanne in tutti i gradi di giudizio del processo sportivo continua a esibire i due famosi scudetti revocati per Calciopoli. E naturalmente si potrebbero citare episodi simili per tutte le altre squadre: le luci marsigliesi del Milan, i passaporti tarocchi dell’Inter e via andare così.

Ecco, forse tutto questo, per quanto sgradevole sia e per quanto folle possa sembrare, alla fine è un bene. È meglio che il demonio che alberga negli esseri umani e che nel caso del calcio, almeno per i maschietti, è legato a substrati emozionali profondissimi - il ricordo del papà che vedeva la partita assieme a te, lo stagliarsi del tuo eroe con il numero dieci quando eri bambino, la necessità di incarnare il Male negli Altri - si manifesti in questi ambiti piuttosto che rimanere compresso all’interno di una società perfettina, azzimata, ipocrita, farisea, castrante e benpensante che tutto vieta, tutto smussa e tutto vaselinizza. E che ha ispirato una riflessione fulminante a quell’altro genio di Guido Ceronetti, secondo il quale a furia di imporre la tolleranza a ogni costo si finisce nell’abisso dei “delitti delle villette a schiera”, dove tutto è pianificato e standardizzato, ma poi uno si alza la mattina e prende a sprangate vicini e familiari. L’odio è un sentimento atavico e fortissimo - molto più dell’amore -: pensiamoci bene prima di prenderlo a calci come un pallone.

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@DiegoMinonzio


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