È allarme se al 112
risponde un dubbio

Subito un paio di puntini sulle “i” per evitare strumentalizzazioni e fraintendimenti: l’inchiesta sul funzionamento del numero unico d’emergenza 112 NON è una critica nei confronti del lavoro di operatori, soccorritori, tecnici, infermieri, medici, vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri. Al contrario a tutti loro va, sia detto subito e con chiarezza, il nostro grazie.

La questione sul tavolo riguarda ben altro. E cioè l’effettiva utilità di una centrale operativa il cui ruolo principale è quello di girare la richiesta di soccorso ad altre centrali operativi a cui spetta il compito di attivare i mezzi d’emergenza. Un po’ di storia per inquadrare il problema. Nel 1991 il Consiglio europeo introduce il 112 quale numero unico di emergenza per tutti gli Stati membri. Nel 2002 arriva la direttiva del Parlamento che obbliga l’Europa ad adeguarsi e nel 2006 viene avviata la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, che ovviamente non aveva ottemperato.

Nel 2010 a Varese nasce la prima - di fatto - centrale 112 d’Italia: un centralino cosiddetto laico i cui operatori hanno il compito di raccogliere la chiamata di soccorso, compilare una scheda con i dati dell’utente e il motivo della richiesta di aiuto e indirizzare la chiamata a chi di competenza: 118 per emergenze sanitarie, 115 per incendi e allagamenti, polizia e carabinieri per pubblica sicurezza. Fin qui tutto cristallino. Non fosse che la scelta adottata in Lombardia, e operativa anche tra Como, Lecco e Sondrio, è forse la peggiore di quelle sul tavolo. Tant’è vero che - stando a un rapporto dell’Eena, l’European emergency number association - la stragrande maggioranza dei Paesi europei ha optato per altre soluzioni: la centrale interforze o la centrale “laica” con il potere di gestire anche l’invio dei soccorsi.

Concretamente. Oggi chi, tra Como e Lecco chiama il 112 si sente rispondere da un operatore che raccoglie i contatti di chi chiama, il motivo della telefonata, identifica il luogo e successivamente gira la richiesta ad altro ente. Quindi, se trovo un ladro in casa, compongo il 112, spiego - appunto - che c’è un ladro in casa, che chiamo dal dato Comune e dal dato indirizzo, nel caso confermo il mio numero di telefono e poi resto in attesa di parlare con la polizia o i carabinieri ai quali devo ripetere che c’è un ladro in casa e rispondere alle domande del caso. La prima chiamata, per l’utente, si traduce in sostanza quasi in un doppione. E, sostanzialmente, nel concreto rischio di una perdita di tempo.

Altrove in Europa (e nel mondo) ci si è concentrati su altri meccanismi. A Madrid, ad esempio, esiste una centrale unica in cui convivono polizia, guardia civil, pompieri, soccorso sanitario. E tutti assieme, nella stessa sala operativa, gestiscono in tempo reale le emergenze. Negli Stati Uniti al 911 risponde un operatore che gestisce in prima persona non solo la chiamata, sia che si tratti di un caso sanitario sia che venga richiesto l’intervento della polizia, ma si occupa anche dell’invio dei mezzi. Questi due sistemi hanno un vantaggio rispetto al nostro 112: che in caso di vera urgenza mentre l’operatore che ha risposto continua a raccogliere informazioni e ci tiene al telefono, un suo collega in tempo reale provvede già a inviare i mezzi di soccorso. Perché ogni secondo è prezioso, quando si ha bisogno di aiuto.

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