Dopo Silvio, lo sbando

della destra moderata

Che fortuna quando Silvio c’era. Il centrodestra non è mai stato alla canna del gas come adesso, mentre si sta compiendo il triste crepuscolo del vero protagonista degli ultimi vent’anni della politica italiana. Perché se è vero che la rivoluzione berlusconista è sempre stata accompagnata da una dimensione irrituale, stravagante e a tratti circense - dirigenti che sembravano usciti da un casting di un film di Scorsese, statiste emergenti più a loro agio in un reality di Barbara D’Urso che a Montecitorio, plateale ignoranza dei principi base del liberalismo, della divisione dei poteri, del ruolo etico della borghesia in una società avanzata e tante altre cose dal profilo felliniano che hanno costituito il nerbo, il codice, la chiave di lettura di questo grande fenomeno sociologico – è però anche assodato che abbia segnato almeno un punto positivo.

E cioè, aver spazzato via in modo brutale la dittatura delle terrazze, dei salotti radical chic, della demagogia sinistrorsa completamente scollegata dalla realtà effettuale delle aree più sviluppate e produttive del paese, perché legata a triplo filo con tutto quel mostro kafkiano che tiene insieme sindacati, burocrazia, economia di Stato, enti parassitari, sottogoverno, finanziamenti a pioggia, esplosione del debito, piaggeria nei confronti della magistratura, controllo gramsciano dei media, nel segno del grande progressismo a parole e del totale immobilismo nei fatti. Insomma, l’Italia. Che poi, vent’anni dopo, il centrodestra, per manifesta insipienza e cialtronaggine, non abbia scalfito neppure un’unghia di questo blob purulento la dice lunga sul valore della sua classe dirigente - quella che doveva cambiare tutto - ma questa è un’altra storia. Eppure lì, almeno nei principi, nelle pulsioni, c’era qualcosa di nuovo e di diverso dal solito regime statolatrico espresso dai rimasugli post Tangentopoli del Pci e della Dc.

Oggi invece, e gli eventi delle ultime settimane ne portano una conferma deprimente, l’orizzonte culturale di quelli che dovrebbero essere i moderati italiani è una roba da piangere. Ora, è vero che il gioco delle parti prevede che la minoranza cerchi di sfruttare i momenti di difficoltà del governo, ma da qui al suicidio programmato – o forse inconsapevole? – dei tratti distintivi del suo essere, del suo stare al mondo, ce ne corre. Che senso ha presentare raffiche di mozioni di sfiducia che si sa già che verranno respinte? E, soprattutto, che senso ha farlo sull’onda delle inchieste giudiziarie che hanno ridotto il centrodestra a una macchietta del girotondismo, del doppiomoralismo, del perbenismo, del giustizialismo della peggior sinistra manettara che si è da tempo immemore consegnata armi e bagagli ai magistrati, delegando loro la propria indipendenza? Se c’è stato un punto vero di rottura con questo vecchio e barbosissimo schema, beh, è avvenuto con la rivendicazione dell’autonomia della politica dalla magistratura: se sparisce quella, allora un moderato fa prima a votare Sel o Cinquestelle e buonanotte al secchio. E che in passato siano saltati fuori certi sarchiaponi impresentabili, tipo Previti o Dell’Utri, a rivendicare senza alcun senso della vergogna l’autonomia della politica dalla magistratura – sai le risate – non cambia di un millimetro la questione.

Ora, non si finirà mai di ribadire che è del tutto fuori discussione che larga parte della nostra ignobile classe politica nazionale e locale sia pervasa da un esercizio strutturale e quasi genetico della ruberia, del furto e dell’intrallazzo che non ha eguali in Occidente, ancor più corroborato da un senso di impunità, impudenza e indecenza senza limiti, tanto è vero che appena si va a guardare dentro un appalto pubblico si becca subito almeno un traffichino con il sorcio in bocca. Ma da qui ad applaudire un’intervista davvero inquietante come quella rilasciata al Corriere dal presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo - giustamente fatta a pezzi anche da Cantone - c’è un abisso. Come può il partito dei moderati dare ragione a chi dice che tutto si risolve con le manette, che tutto è corruzione, che la magistratura sovrana è l’unica deputata a risolvere i problemi e a salvare la nazione in un’ottica catartica e robespierriana che commissaria la politica, attribuendosi il monopolio nelle questioni di legalità e dividendo il mondo tra le toghe buone e l’Italia dei cattivi? Ma siamo matti? Qui, non siamo solo alla fine del centrodestra, ma anche alla fine della democrazia.

Ma non è finita. Un’altra caduta gravissima è l’essersi schiacciati, sempre accecati dall’antirenzismo, sul referendum antitrivelle. Non si abbandona la propensione, la cultura, la volontà dello sviluppo, della modernità, dell’utilizzo delle fonti energetiche, del guadagno, che costituisce l’ossatura della classe media non parassitaria per mettersi al guinzaglio delle fanfaronate ecologiste, dell’arcadia salottiera, del petrolio no acqua sì e delle altre bambinate da Asilo Mariuccia. Ma chi è che vuole l’inquinamento? Chi lo sfruttamento indiscriminato? Chi l’avvelenamento dei pozzi? Solo un cretino o un delinquente. Qui, invece, il punto è decidere se si vuole vivere in un sarcofago incartapecorito o se si può, e si deve, coniugare sviluppo e sostenibilità ambientale.

E infine, per completare il quadro del disastro, l’insensata opposizione ululante, melodrammatica, stocastica e teatrale alle riforme costituzionali, che ha associato il centrodestra al circolo dei bacchettoni, dei parrucconi, dei passatisti e dei tromboni che si abbarbicano alla carta – la più bella del mondo? – a prescindere. Le Costituzioni si cambiano. Con intelligenza e giudizio, certo, ma si cambiano e il superamento del bicameralismo perfetto è sempre stata una parola d’ordine del centrodestra. La verità è che ci vorrà ben altro che un Salvini o una Meloni qualunque per dare una rappresentanza degna al sessanta per cento degli italiani. Che qualcuno si dia una svegliata, per favore.


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