Di Maio, Salvini  E la mosca nel bicchiere

Di Maio, Salvini

E la mosca nel bicchiere

A proposito di mosca (con la minuscola) c’è anche quella che si dibatte nel bicchiere rovesciato senza poter trovare una via di uscita. Che questa sia condizione di Giggino di Maio, specie dopo l’outing pro Tav del premier Conte e i Cinque Stelle sull’orlo di un’implosione di nervi, è abbastanza regolare. Più sorprendente è ritrovare Matteo Salvini (“quell’altro là” nell’affettuosa definizione del parnter di governo) rinchiuso nella vitrea prigione. Ma come? Anche il politico più popolare d’Italia con un consenso che cresce addirittura oltre l’ego del ministro dell’Interno, si ritrova intrappolato? Eh sì, perché al di là delle “bombe” di Mosca (stavolta con la maiuscola) per ora disinnescate a colpi di poderose distrazioni di massa, anche il Capitano fatica a muoversi in libertà. La cosa in apparenza più facile per trovare una via di fuga sarebbe quella di far saltare il banco e andare a elezioni che la Lega vincerebbe a mani basse con la possibilità di costituire un governo a guida Salvini con Fdi e i “responsabili” di Forza Italia che si oppongono al logoro Berlusconi. Però ci sono due variabili. La prima è che Mattarella, prima di sciogliere le Camere deve seguire il dettato costituzionale che gli impone di cercare una qualsivoglia maggioranza in Parlamento. Che, una volta stracciato il contratto Lega-Cinque Stelle potrebbe pure saltar fuori con il soccorso del Pd e di qualcuno che non vuole lasciare gli ozi romani e parlamentari, sgonfiando le gomme al Carroccio. Per carità, un giro all’opposizione di un governo siffatto potrebbe essere grasso che cola per Salvini, che però non avrebbe più modo di gestire la politica sull’immigrazione che in questi anni ha gonfiato il serbatoio di voti leghisti, a prescindere dai risultati effettivi su sbarchi e rimpatri.

Nel caso in cui, perso atto in virtù delle barricate renziane a un esecutivo giallo-rosso Pd, il Colle fosse costretto a rimandare gli italiani al voto in autunno, il capitano premier si troverebbe costretto a intestarsi una manovra da pianto greco con le sue mani infilate nelle nostre tasche e portafogli.

Allora meglio andare avanti così a braccetto con lo sventurato Giggino, disconosciuto perfino da papà Beppe “Ugolino” Grillo e ormai più innocuo di un farmaco placebo. Che poi alla fine non è mica male avere qualcuno su cui scaricare le colpe delle promesse mancate, magari perché non realizzabili visti i quattrini in cassa. come la flat tax. Altro discorso quello dell’autonomia chiesta da tre regioni e votata da una maggioranza di cittadini di due di queste, Lombardia e Veneto. Qui non ci sarebbe un problema di cercare danè, si tratterebbe solo di redistribuirli. Ma la Lega non più Nord, stravotata sotto il confine dell’immaginaria Padania promessa, può permettersi di favorire il Settentrione a presunto scapito di un Sud che, a quanto pare, non riesce a rinunciare alla damnatio assistenzialista che lo ha conciato com’ è adesso? Già, perché l’autonomia, alla fine se non figlia è almeno parente più o meno alla lontana della secessione, della devolution e del federalismo, battaglie intraprese dall’altra Lega quella di Bossi che però da queste parti sopra il Po, è ancora presente, se non nei gruppi dirigenti, almeno nello zoccolo duro degli elettori. A pensare male si potrebbe credere che per Salvini avere i Cinque Stelle che si mettono di traverso sulla riforma, anche in quei Consigli dei ministri in cui si sono leghisti che, nella più benevola delle ipotesi adottano la tattica del silenzio assenso potrebbe non essere così male. Ammesso che il gioco regga perché anche dentro il pentolone del Carroccio qualcosa comincia a bollire.

Insomma tutto fa pensare che dalle parti del governo si continuerà a chiedere di cambiare tutto per non mutare nulla. Altro che smacchiare i ghepardi come voleva fare Bersani. Qui bisognerebbe abbattere, una volta per tutte, il Gattopardo.


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