Comunisti con il Rolex  Una farsa a colori

Comunisti con il Rolex

Una farsa a colori

In un’intervista di parecchi anni fa, Luciano De Crescenzo, noto regista, attore, conduttore televisivo e autore di alcuni libri divulgativi di successo, raccontava di come la sua famiglia guardasse con grande sospetto i seguaci del Pci. Una volta, da bambino, gli era capitato di trovarsi in un bar con suo padre, che a un certo punto gli indicò un famoso esponente della sinistra napoletana vicino al bancone: “Vedi? Mangia una pastarella. E poi fa il comunista…”

L’aneddoto, oggettivamente strepitoso, soprattutto se raccontato con quella formidabile ironia accidiosa meridionale, metteva a nudo una delle deformazioni più pervicaci e grottesche del pensiero comune, del luogocomunismo conformista di chi non mette mai il naso controvento e che invece si appiattisce sulle banalità della cosiddetta gente comune che, secondo la vulgata in gran voga di questi tempi, avrebbe sempre ragione e tutelerebbe il senso genuino della vita e che invece non è altro che il ricettacolo della peggiore mediocrità.

E così, quel sapido episodio ci conferma quanto per l’immaginario collettivo fosse impossibile che un comunista - che a quei tempi erano roba seria, roba da Longo e Togliatti, mica da Veltroni e Bersani - potesse mangiare una brioche con il cappuccino, chiaro segno del deviazionismo borghese oppure del doppiomoralismo degli sgherri del Comintern. Anni lontani, si dirà. Cose che appartengono alla storia. Figlie di un’epoca di guerra fredda, di faglia ideologica, di universi contrapposti. Pregiudizi sorpassati.

E invece no, perché oggi è addirittura peggio. A conferma di quello che diceva Marx sulla storia che si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.

La conferma arriva da una delle notizie più spassose degli ultimi giorni. E cioè dalla polemica estiva sulle magliette rosse e le magliette blu, e già da questo si intuisce quanto sia alto il livello del dibattito nella terza repubblica delle banane. Ora, le cronache narrano che Gad Lerner, giornalista di sinistra dalla simpatia onestamente contagiosa, abbia indossato la maglietta rossa di don Ciotti in solidarietà ai migranti alla deriva nel Mediterraneo. Piccolo particolare. Mentre Lerner salmodiava l’accorato appello alla solidarietà e al mondialismo, esibiva al polso un Rolex, simbolo del lusso, del potere e, soprattutto, del fariseismo radical chic. Apriti cielo (da destra). Insulti, ululati, maledizioni, gatti morti, satanassi, gente con la picca, mamme scarmigliate con piccini al seno che urlavano “pane pane!” e casta e maiali e farabutti ed ebrei e portateveli a casa vostra e tutto il resto del sobrio vocabolario digitale delle permalosissime armate sovraniste.

Fra le quali è svettata, come al solito, Giorgia Meloni che, in un’esemplare reincarnazione della Sora Lella duepuntozero, in sfregio a Lerner ha a sua volta esibito una maglietta blu in solidarietà agli italiani in povertà assoluta. Piccolo particolare. Mentre la leader di Fratelli d’Italia tuonava la sua arringa anticasta, al suo fianco troneggiava una borsa di Louis Vuitton, simbolo del lusso, del potere e del fariseismo postfascista. E riapriti cielo (da sinistra). E cialtrona e puzzona e majorette di Salvini e poi fa quella popolana e poi fa quella che vive alla Garbatella e poi fa quella che va al mercato a fare la spesa e torsoli di mela e smozzichi di focaccia rancida e salami di Jacovitti e cicciobomba e schiava dei nuovi padroni e pulcinella e brighella e tutta una serqua di piacevolezze che zampillano dalla fogna purulenta del web, che più la usmi più ti vien da dire che in fondo Putin non è poi così male.

Ormai gli argini si sono rotti, la dimensione pagliaccesca domina sovrana e incontrastata e ce ne fosse uno dei nostri leader da strapazzo che dicesse che è del tutto legittimo avere una cultura, delle idee, delle convinzioni di sinistra, progressiste o come volete chiamarle e al contempo essere ricco, benestante e avere un tenore di vita - orologio compreso - che non ha nulla di popolare. E allo stesso modo è del tutto ridicolo che una donna che si professi legittimamente di destra o populista o sovranista o come accidenti si chiamano questi qui, sia obbligata di conseguenza ad andare in giro in ciabatte e canottiera e debba mettere il borsellino e il rimmel in un sacchetto di juta del fruttarolo di Torpignattara.

Ma ci rendiamo conto a quale punto di ridicolo siamo arrivati? Ma siamo consci a quale livello di analfabetismo funzionale ci si sia ridotti nel continuo e progressivo e inarrestabile scimmiottamento del peggior avvinazzato della peggiore osteria del paese? Ma vogliamo capire che l’appello al popolo - un classico della storia dell’umanità degli ultimi due secoli - è sempre una truffa, perché il popolo vezzeggiato e blandito e circuito dai nostri demagoghi di destra, di sinistra e di centro non è affatto la comunità, l’insieme di individui senzienti e pensanti legati tra loro da vincoli di sangue, di affetto e di interessi sani, ma invece solo la canaglia, la Suburra, la mandria irreggimentata, il bue senza testa dell’assalto ai forni? E non è affatto il motore della storia, come asseriscono i fanfaroni da biliardo - primi tra tutti quelli della sinistra sessantottarda - ma branco, salmerie, gregge ottuso da tosare a proprio uso e consumo?

Viviamo di cliché - proprio come il bimbo delle pastarelle - di becerismo e conformismo straccione, all’interno del quale il pensiero individuale sembra non avere più alcuno spazio, nel quale la realtà, i numeri, i dati, le competenze, le conoscenze non valgono più nulla e nel quale l’incultura e l’ignoranza non sono un difetto di cui vergognarsi e dal quale affrancarsi faticosamente quanto invece una medaglia da esibire, un trofeo da sventolare, un rutto da lanciare in orbita. Perché una società per la quale Vanzina era un genio - perché anche questo (anche questo!) abbiamo dovuto sentire - e per la quale invece magari Kubrick o Fellini erano dei gran rompicoglioni si è già data la risposta da sola.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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