Come sfuggire

al dibattito su Zalone

E adesso ce ne vorrebbe uno – un gigante, un titano, un eroe – che a fine proiezione avesse il coraggio di alzare timidamente la mano, chiedere ossequioso “scusi, posso dire una parola io?”, avviarsi verso il palco del cineforum, sostenere con lo sguardo le occhiatacce irridenti, i motteggi padronali e gli sberleffi del cinefilo e del pubblico in sala e infine, preceduto da un assordante attimo di silenzio, proferire la seguente, rivoluzionaria, definitiva sentenza aforistica: “Per me, i film di Checco Zalone sono una cagata pazzesca!”. Novantadue minuti di applausi, potete scommetterci, e poi via, spietato contrappasso, la visione per tre giorni consecutivi in ginocchio sui ceci di “Dies Irae” di Carlo Teodoro Dreyer (sei ore!) , “L’uomo di Aran” di Robert Flaherty (nove tempi!!) e, soprattutto, l’immortale “Corazzata Potemkin” (diciotto bobine!!!).

L’anticonformismo è la nuova frontiera del conformismo e il politicamente scorretto quella del politicamente corretto. Tutto si ribalta, tutto si fagocita, tutto si rumina e si coopta nel nuovo modo di vedere le cose che invece nuovo non è, perché in realtà è l’ennesima gattopardesca rivisitazione del tutto cambi perché tutto rimanga come prima. È questo l’insegnamento devastante, la vera pedagogia offerta dalle polemiche sul mostruoso successo di “Quo vado”, ultimo film del bravo comico pugliese, che in questi giorni ha toccato picchi talmente grotteschi da rendere profetica la celeberrima scena del “no, il dibattito no!” di morettiana memoria. E Zalone genio della comicità popolare come Totò e Zalone ventriloquo dell’Italia disincantata lontana mille miglia da quella dei radical chic e dei moralisti con la puzza sotto il naso e Zalone metafora di quelli come noi e Zalone e la sua maschera inarrivabile e Zalone che non sbaglia un tempo comico e Zalone cinepanettone 2.0 e Zalone che manco Buster Keaton e Zalone che a lui Charlie Chaplin gli fa un baffo.

E l’aspetto spassoso è come i due schieramenti politico-culturali (?) del nostro belpaese dei datteri si strattonino per appropriarsi del nuovo pensiero unico zaloniano. La destra – notoriamente alla canna del gas appena gli tocca uscire dalla dimensione antropologica dell’osteria – lo ha subito incorporato nel suo pantheon di riferimento, assieme a Massimo Boldi, le “Cinquanta sfumature di grigio” e “Ok, il prezzo è giusto”. La sinistra invece - in un fantozziano tentativo di recupero per stare al passo con i nuovi vincenti – trascorre le giornate a dire che sì, in effetti, il retrogusto e la sottotrama subliminale del plot zalonesco sottintende una visione disincantata e ironica dell’eterno topòs italiano legato al posto fisso e al familismo amorale e quindi diventa una paradossale e spietata analisi dei difetti di un popolo vessato da un potere autoritario e bla bla bla nel solito profluvio sociologico grazie al quale mimetizzare il disprezzo per qualunque cosa non sia coerente con i film bulgari sottotitolati in cecoslovacco o lo stadio pranayama della filosofia yoga. Offrendo così un comodo assist al più furbo di tutti – il nostro meraviglioso presidente del Consiglio – al quale non è parso vero di sbertucciare da “destra” i birignao della minoranza Pd, facendosi cogliere in piena sintonia con il ventre molle qualunquista, populista e zalonista del blocco sociale del partito della nazione. Si vola alto, da quelle parti…

E tutto questo senza che il povero Checco sia colpevole di nulla. Anche perché lui è un comico divertente, a momenti davvero divertente, con evidenti tratti di originalità e molto, molto furbo, che ha avuto l’intelligenza e la fortuna di andare a colmare un vuoto pneumatico nel campo della comicità, che da anni rimesta il bollito Verdone, lo strabollito Pieraccioni, gli stracotti Aldo Giovanni e Giacomo e gli impresentabili, grotteschi vanzinismi che ancora ingorgano – chissà perché, almeno Celentano ha avuto la decenza di piantarla anni fa – le nostre povere sale. E si badi bene che tutti questi erano stati campioni di incassi e che su tutti questi si erano architettate spericolate analisi sociologiche su quei film come metafore dell’Italia che cambiava, senza mai ricordarsi di dire che ce ne fosse mai stato almeno uno degno di allacciare le scarpe non tanto all’“Armata Brancaleone” o ad “Amici miei” ma neppure – ed è tutto dire – al primissimo Salvatores. E poi uno dice che c’è la crisi del cinema…

Ora, è certo che Zalone, essendo una persona colta e intelligente, sa bene, molto meglio dei suoi vecchi e nuovi adoratori e adulatori, che i suoi sono solo dei filmetti dalla trama esilissima, dalla recitazione e dai contesti improponibili fuori dai confini nazionali e da una regia al limite dello scolastico, ma non per questo meno divertenti e sicuramente molto più godibili di quelli sfornati dai suoi bolsissimi concorrenti. E di certo sa anche di essere lontano anni luce dalla vera grandezza comica, per la quale è necessario un ingrediente fondamentale che invece a lui manca del tutto: la ferocia. Non a caso, il punto di forza del miglior Sordi o del Villaggio del professor Kranz e dei primi due Fantozzi, giusto per fare un esempio. Punto.

Qui invece è partito un drammone nazionale su a chi giova, su chi ci sta dietro e, soprattutto, su chi se lo accaparra e se lo intesta, abbozzando il profilo di un’Italia caricaturale, grottesca e irrealistica divisa tra chi lavora, produce, dice le cose pane al pane ed è sincero, diretto, trasparente e quindi ama Zalone e chi invece mesta e grufola nei salotti, nelle caste, nelle congreghe, nelle conventicole del sinistrume doppiomoralista e che quindi si sdilinquisce per Nanni Moretti. Bene, forse è il caso di far sapere che esiste anche un’Italia che se ne frega di uno e dell’altro, che non si fa inscatolare in ridicole gabbie ideologiche e in ancor più ridicoli dibattiti pseudogiornalistici e che stasera, guarda un po’, si guarderà un film della Pixar o dei fratelli Coen. Volete provare anche voi, putacaso?


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