Ci vorrebbe un’ode

indignata di Parini

Ci vorrebbe un’ode indignata di Parini

Doppio turno. Era un’espressione che pensavamo circoscritta alla politica in caso di elezioni ed eccola invece ricomparire legata al mondo della scuola e della scuola lecchese. “Double shift”, così suonerebbe meglio, come tante altre anglo-espressioni scelte per rendere meno comprensibile una realtà scomoda, sperando di neutralizzarla. Ma qui la sostanza non cambia, perché tutti hanno capito che “doppio turno” è di per sé sinonimo di qualità scadente, di spazi improvvisamente non più disponibili per una incuria pluriennale, surrogati da altri spazi frettolosamente riadattati. L’antica piaga nata con la scuola di massa anni ‘70, quando il babyboom trovò le istituzioni impreparate, poi confinata alla aree più depresse del nostro paese o legata a situazioni di assoluta emergenza (catastrofi naturali, per esempio), torna a quarant’anni di distanza con tutta la sua assurda serie di rituali nella nostra civilissima e non povera città.

A farne le spese è l’Istituto Tecnico Commerciale “Parini”, una delle scuole superiori storiche, un plesso su cui gravitano 1100 studenti, senza contare il personale docente e non docente. Giù ampiamente provati dal continuo ricorso alle “classi pollaio”, dalle succursali improvvisate, dai trasferimenti di sede al “chi meno ne ha più ne metta”, dalle riorganizzazioni annuali degli spazi che ben poco hanno di riorganizzativo e di riorganizzato, agli studenti lecchesi (ma in notevole parte provenienti da località più o meno vicine e quindi ancora più disagiati) tocca ora questa sgradevolissima esperienza, che stravolge l’idea stessa di scuola come luogo di formazione.

Che lo studio in un’aula abbia un tempo preferenziale, il mattino rispetto al pomeriggio, è ovviamente materia discutibile, anche se la “tradizione” ha pur sempre una sua logica che merita di non essere stravolta. Ma in questo caso, in gioco non c’è il problema di come intendere e fare cultura scolastica e in che tempi, adottando le soluzioni migliori, anche se inconsuete. Qui l’unico vero obiettivo è dove e come collocare un numero di studenti doppio rispetto ai posti disponibili. Scartata la sera, perché l’Istituto ha già corsi serali e la notte, perché la “notte bianca” è unica anche in contesti non scolastici, la priorità è “piazzare” 550 studenti in 22 classi alle otto e rimpiazzarli, dopo le pulizie si intende, con altri 550 a partire dalle quattordici e trenta.

Un po’ come si era proposto di fare per i parcheggi diurni di un supermercato, trasformati in parcheggi serali per un eventuale cinema multisala a Lecco.

Senza entrare nel merito dei problemi didattici e logistici che il “doppio turno” comporta (e sono tantissimi!), vale almeno la pena di segnalare che la “Buona scuola” proposta dall’attuale governo prevedeva, tra l’altro, l’uso delle scuole esteso al pomeriggio, per trasformarle da mero luogo di trasmissione di nozioni, circoscritto in un tempo dato, a centro di cultura permanente e operante a tempo pieno, con attività scolastiche in senso stretto, integrate e valorizzate da percorsi a più ampio raggio. Uno studente nuovo, capace di vivere in modo nuovo un’esperienza fondante come quella della propria crescita umana e culturale, avrebbe dovuto essere il prodotto finale di una scuola che si appropria con consapevolezza e duttilità di tutto il tempo disponibile. Rispondere alla proposta come farà il “Parini” è a dir poco paradossale.

Forse l’unica consolazione è che, proprio in virtù dei fondi stanziati dalla “Buona scuola”, la Provincia è riuscita a valutare lo stato di assoluta precarietà edilizia di uno stabile sottoposto alla sua tutela. Parcheggiati (e non si sa per quanto tempo), ma almeno più sicuri. Una vergogna evitabile, ma anche un dramma evitato. È l’unico doppio su cui essere d’accordo.

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