Arriva la realtà  e il politico scompare

Arriva la realtà

e il politico scompare

E poi, alla fine, inesorabile, arriva la realtà. La realtà. La realtà effettuale. La realtà in quanto tale. Il dato di realtà. Il principio di realtà. Ed è lì, non in un altro momento, ma proprio in quello che misuri i nostri politici, i nostri leader, i nostri condottieri, i nostri fenomeni.

Dovremmo essere grati all’alluvione di Venezia, alla crisi dell’Ilva, allo sfacelo di Alitalia, al crollo del ponte di Genova e a tutte le altre tragedie nazionali. È un paradosso, certo, ma anche una grande lezione. Una pedagogia profondissima. Perché quando quella cosa esplode, spazza via tutto il ciarpame, tutto il pattume, tutta la rebonza, la fuffa che ingorga la nostra ininterrotta e vanesia logorrea mediatica e ci mostra quelli lì per quello che sono veramente. Nudi e crudi, privi del costume di Brighella, Arlecchino e Balanzone, smascherati nella loro reale natura. Ed è in quella visione plastica, tattile, quasi sensoriale che ne percepisci tutta la debolezza, la pochezza, la disarmante impreparazione, la fragilità culturale, l’assoluta inadeguatezza nel comprendere e governare la complessità. E ti si squaderna davanti agli occhi un ceto politico di devastante e trasversale modestia, inermi e inetti nella battaglia sulle scelte che contano, quelle che pesano, quelle che stabiliscono se sarai ancora un paese industriale o no, se sarai ancora uno Stato civile o no, se sarai ancora una comunità capace di far germogliare i talenti o soltanto un caravanserraglio di assistiti, di raccomandati, di prepensionati, di mantenuti.

Basta vederli, dopo il fattaccio, tutti lì a pigolare, a frignare, a piagnucolare, a cincischiare, ad arzigogolare, a sopire, a insabbiare peggio dei peggio dorotei rumoriani degli anni d’oro, a balbettare che non è colpa loro ma di quelli che c’erano prima e degli indiani cattivi e dei tedeschi dittatori e dei gringos sovranisti e delle multinazionali e dei poteri forti e della casta e dei nazisti dell’Illinois e delle cavallette, ad andare avanti imperterriti a coprirsi di ridicolo con la loro eristica da avanspettacolo grazie alla quale tentano maldestramente di parlare di cose più grandi di loro che manco conoscono.

Da quanti decenni si scrive dell’imminente morte di Venezia? Da quanti lustri ci si balocca con l’idrovora del Mose, tutte le sue malefatte idrauliche e tutte le sue pendenze giudiziarie? E allora come fa un qualunque politico nazionale o regionale del centrodestra a ululare che adesso basta quando tutti i governi nazionali e regionali di Lega e Forza Italia hanno ideato e gestito e finanziato (e non controllato) con i soldi pubblici il Mose (senza dimenticare il contributo decisivo del governo Prodi, che figurarsi se il centrosinistra non partecipava alla merenda pure qui…)? Ma con quale faccia ci si può presentare in televisione e sulle dirette social con il berretto e gli stivali impalcandosi a quelli che adesso ci pensano loro, proprio gli stessi che hanno firmato il disastro (e ogni riferimento alle paratie del lungolago di Como è totalmente intenzionale…)? E come fa un qualsiasi politico del sud dei 5Stelle e del Pd a minacciare, a masaniellare e a mostrare i muscoli che non ha dopo un disastro come quello dell’Ilva che non è altro che la conseguenza naturale di una pseudocultura ambientalista e anti imprenditoriale che vuole la chiusura degli impianti e che crede davvero - davvero! - che il futuro del sud sia fatto di mitili e parchi tematici?

E allora capisci che tutto ciò che nutre l’agenda del cosiddetto dibattito politico è solo sceneggiata. Scenografia. Fanfaluca. Chiacchiera e distintivo. Pensateci giusto un attimo. Il grande statista che dice che la pacchia è finita, l’altro grande statista che ribatte che dobbiamo restare umani, il terzo grande statista che ricorda che abbiamo sconfitto la povertà, il quarto grande statista che questo sarà un anno bellissimo. E poi la giostra riparte: e buttiamo via la chiave e giù le mani dai sacri valori della Resistenza e prima gli italiani e i negri sono come noi però sono negri e gli imprenditori sono tutti bravi però sono anche un po’ tutti ladri e gli ebrei sono sacri però gli israeliani sono dei maiali e adesso tassiamo le merendine e adesso flat tax per tutti e adesso a Macron gli facciamo un mazzo così e il rosario è una cosa bella e guai a chi critica gli scioperi dei treni sempre al venerdì e togli il contante e però rimetti il contante e togli lo scudo a Mittal e però rimetti lo scudo a Mittal e sei stato tu e no, sei stato tu e stampiamo un po’ di minibot e facciamo la lotteria antievasione e stai sereno e chiedo i pieni poteri e dietro i vaccini ci sono le multinazionali e avanti Savoia, fino a quando (magari!) arriverà la Croce Verde a portarli via tutti.

Non è sempre così, con quello che slurpa la Nutella e quello che sale sul predellino e quello che va sul balcone e quello che spignatta alla Festa dell’Unità? Non è questo il tenore del club? E noi boccaloni, noi popolo bue con l’anello al naso, noi dei media, noi che saremmo quelli che dovrebbero capire e selezionare e cestinare tutta la propaganda e che quindi a questi qui dovremmo dedicare al massimo dieci righe o una foto a pagina sedici invece siamo sempre lì ad abbeverarci, a farci indottrinare, a farci ingozzare come le oche del fois gras e poi, non contenti, commentiamo e discettiamo ed elzevireggiamo e calamboureggiamo e tromboniamo e, soprattutto, ci sdraiamo servili e supini sotto le scarpe dei padroni pro tempore del vapore.

Ma perché, non penseremo mica di essere migliori, putacaso? Se lo fossimo, non li avremmo votati - i geni di destra, di centro e di sinistra - e non li ascolteremmo in tivù, non li leggeremmo sui giornali, non li likeremmo sui social: avremmo cose più importanti da fare e persone più capaci da sostenere. E invece ci va bene così, perché loro sono noi, i nostri ventriloqui, la nostra proiezione, il nostro destino.

Ed è per questo che non cambia mai niente in questo paese di cialtroni.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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