Archiviate le idee

sono rimasti solo ladri

In una pagina acutissima scritta ormai una ventina di anni fa, l’intellettuale e scrittore Stenio Solinas sintetizzava nella “sindrome di Fabrizio del Dongo”, l’eroe divinamente stupido della “Certosa di Parma” di Stendhal, la condizione umana dei ragazzi di destra, una funerea generazione di disadattati, di alieni, di vinti.

Una metafora magnifica: Fabrizio è un diverso rispetto al legittimismo dei suoi familiari e dei suoi coetanei, un ragazzino infatuato di Napoleone ormai caduto che fa appena in tempo a partecipare alla battaglia di Waterloo. Nella sua ingenuità di diciassettenne, non si accorge nemmeno di combattere e intravvede appena l’ex imperatore mentre passa al galoppo. Eppure – passaggio memorabile, commovente – quel piccolo istante non certo di gloria, ma di partecipazione a qualcosa di enormemente più grande di lui e nel quale si immola con la passione e il fuoco che solo gli adolescenti posseggono, basta per farne un disadattato nel nuovo mondo che sta nascendo dalle ceneri della rivoluzione bonapartista. Nell’Europa della Restaurazione, lui continua a muoversi, a credere e a comportarsi come se fosse ancora nel tempo delle grandi imprese, dei grandi valori, dei grandi ideali. È il vinto di una guerra da lui neppure sostenuta e di un mondo nel quale non ha mai vissuto.

Ecco, i giovani della destra degli anni Sessanta e Settanta erano questa roba qui. E fa specie – consegnandoci un ritratto antropologico sconvolgente – come le vicende dello scandalo romano ce li abbiano restituiti completamente stravolti e deformati rispetto alle loro origini ideologiche, culturali e vitalistiche. Una cosa che fa impressione. Erano dei pazzi, degli invasati, dei topi sprofondati nella fogna dell’ideologia, dei reduci letterari di Salò, che avrebbero ucciso – e lo hanno fatto – per un’idea, per quanto sbagliata e antistorica fosse, e che adesso invece sono diventati la cosa che avevano sempre considerato come la più sporca, la più lurida, la più intollerabile. Dei ladri.

È stata una generazione sulla quale la storia si è veramente accanita. Ve li ricordate i loro “padri”, quelli della cosiddetta destra perbene? Ce li rammentiamo tutti i professori di destra, i più ottusi, i più codini, persi dietro i loro sogni di gloria con il loro Carducci trombone e il loro D’Annunzio deteriore e il loro programma ministeriale che guai se si usciva di un rigo dal programma ministeriale, le loro giacche pagliaccesche, le loro cravatte – Dio che cravatte –, le loro scarpe con la para, i loro occhialoni da generale cileno, la loro forfora, la melassa retorica dell’impegno, del sacrificio, dello status quo, del pater familias, nei loro salottini ammuffiti con la plastica sul divano, la bisciola sul vassoio e le pattine che sembravano uscite da “Un borghese piccolo piccolo”, il rimpianto dei treni in orario e le enciclopedie comprate a rate e il conformismo e il disprezzo per il sapere, tipico della nostra destra stracciona. E, insomma, questi ragazzi del giorno d’oggi e la vita non è un picnic e fatevi sempre i fatti vostri e non mettetevi nei guai e il sabato tutti in tuta a lavare l’utilitaria e il quieto vivere, il familismo che vede lo Stato come un nemico che teme, ma che non rispetta, l’etica forcaiola per il timore che qualcuno gli porti via la roba. L’Italia media che più media non si può.

Non era questa la destra che i loro figli avevano in mente, perché per loro il termine Reazione significava eroismo, disprezzo per il denaro, per il boom economico, solitudine, Hemingway e Prezzolini e Longanesi e Brasillach e Tolkien e De Maistre e questo li portava mille miglia lontano tanto dalla destra occhiuta quanto dal sinistrismo delle espadrillas, degli Inti Illimani e del teatro alternativo in calzamaglia destinato a trionfare nelle scuole, nelle università, nelle case editrici e nelle redazioni dei giornali.

Revenants. Fantasmi. Disperati. Autistici. Un campionario di tipi e di tic, di vizi, manie, fisse e birignao per il quale l’adesione ridicola e patetica all’avventura di Crapa Pelata e del partito con la fiamma era l’unico metro di misura della realtà, perché la realtà vera, quella “effettuale” scolpita nella pietra da Machiavelli, non esisteva e quindi loro, gli espulsi dalla storia, finivano per girovagare in una mitica terra di mezzo popolata da eroi, nani, elfi, maghi, hobbit e anelli, chiavi interpretative dell’esistenza. E ne veniva fuori tutto un mondo da operetta, di saluti romani, di martirologi, di morte a Badoglio, di machismo da opera buffa, di ultime raffiche di Salò e di macchiette tragicomiche immortalate da quel genio di Monicelli nello spassosissimo “Vogliamo i colonnelli”. Poi però arrivava anche il momento in cui si smetteva di ridere. Perché questi si picchiavano e si sparavano e si ammazzavano con quegli altri, bande di dispersi accecate dalle ideologie negli anni più terribili e sconvolgenti della nostra storia recente.

E tutto questo noiosissimo discorso per arrivare al punto. A oggi. Alla fogna romana. Allo squallore. Si erano tanto odiati, si erano tanto armati, si erano tanto inseguiti come i duellanti di Conrad per che cosa? Per che cosa, per Dio? Per finire tutti assieme a rubare. E non per l’idea, per la fede, per il cuore (anche rubare è lecito, se lo si fa per il cuore), per il partito. No, per i soldi. Rubare per rubare, assieme, in combutta, infami gemelli siamesi. Per tanti anni l’abbiamo invocata per uscire una volta per tutte dalla notte della Repubblica ed ora eccola qui, bella e pronta sfornata su un piatto di letame. La Pacificazione. La pacificazione tangentizia. Che vergogna. A questo si sono ridotti i rivoluzionari di destra e quelli di sinistra. A rubare sui rom e gli immigrati. Quelli là erano i figli di un’Italia schifosa e tragica, ma più seria. Per definire questi, invece, servirebbe un vocabolario nuovo. Sempre che parole nuove bastino, perché a un certo punto anche le parole si rivelano impotenti.

d.minonzio@laprovincia.it

Twitter: @DiegoMinonzio


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