“1992” e i conti irrisolti

con il nostro passato

Ai tempi dell’oratorio, c’era sempre il problema del bambino che portava il pallone. Per una qualche ragione tanto misteriosa quanto inesorabile, quello era sempre il più scarso di tutti, però, diamine, l’idea lungimirante di prendere la palla per giocare come dei forsennati sullo sterrato vista lago dopo le lunghissime ore di catechismo era venuta a lui: come si poteva lasciarlo fuori squadra?

E’ un po’ il dramma di “1992”, la nuova serie tv di Sky, nata per raccontare lo scandalo di Tangentopoli e i suoi protagonisti e andata in onda qualche giorno fa dopo una campagna promozionale astuta e martellante. La scintilla si è accesa a Stefano Accorsi e quindi, si saranno detti i produttori, come si poteva non farlo recitare sostituendolo con Joaquin Phoenix? E, purtroppo, una risposta a questo interrogativo dirimente non si è trovata e quindi il povero spettatore si è dovuto sorbire le prime puntate con mister Maxibon – uno che, seguendo le orme del giovane Clint Eastwood (o quelle di Carlo Ancelotti?), pare essere in possesso di solo due espressioni: quella con il sopracciglio alzato e quella senza – in una delle sue prove attoriali più imbarazzanti.

Ora, a questo punto, le domande sono due. La prima: com’è possibile che al mondo ci siano personaggi così scarsi – Valeria Golino, Margaret Mazzantini, Daria Bignardi, Luca Mengoni., Angelino Alfano – che però riscuotono così tanto successo? La seconda: com’è possibile che Sky, dopo due fiction di altissimo livello quali “Romanzo criminale” e “Gomorra”, benissimo sceneggiate, ancor meglio recitate e tutte pregne di un ritmo e di una sensibilità “americane” capaci di miscelare con sapienza un bel po’ di Scorsese con un pizzico di Pasolini, abbia potuto sfornare un mesedozzo del genere? Ed è un peccato, perché l’occasione era veramente golosa, dal momento che si poteva trarre una gran linfa da quel materiale melmoso, tragico e urticante così presente ancora oggi, non solo nella memoria, e dal quale tutta la disastrata Italia di adesso in buona sostanza discende.

La serie è brutta. Gli attori sono in larga parte inadeguati, l’idea di mischiare personaggi di fantasia (il carrierista spregiudicato, il reduce dell’Iraq che diventa leghista, la femmina che usa il letto per andare in tv, il manager corrotto) a profili storici realmente esistiti non funziona, non è realistica. E infatti, appena si è visto spuntare il finto Bossi sudato e strepenato, il Dell’Utri andreottizzatto e un Di Pietro che parla curiosamente in un italiano corretto, è subito scattato l’effetto Bagaglino, quello che aveva già funestato “Il divo”, interessante ma come al solito irrisolto film di Sorrentino. Insomma, a forza di caricature e luoghi comuni mancava solo che a un certo punto entrassero in scena Oreste Lionello e Leo Gullotta, inseguiti da Martufello e Carmen Russo per portarci tutti quanti dentro il Salone Margherita. Ritmi lenti, dialoghi da tipica fiction italiana da Raiuno, strafalcioni storiografici e via andare, alla faccia della mitopoiesi e del sedicente nuovo capolavoro realista degli anni Dieci.

Ma al di là di questo, forse il vero punto che ritorna anche in questa occasione è perché noi italiani non siamo mai capaci di fare per davvero i conti con la nostra storia e, soprattutto, questa inadeguatezza atavica nel saper trasformare le nostre tragedie e i nostri scandali in sceneggiatura, materia da romanzo, vivisezione e analisi della psicologia collettiva. Insomma, pensate agli Stati Uniti: dal western e dalla mafia hanno tratto intere epopee e qualche dozzina di capolavori letterari e cinematografici, così come d’altra parte con la Grande Depressione, il Vietnam o il Watergate. Oppure, quale slancio di creatività antagonista (l’ispido e magnifico Ken Loach, ad esempio) sia stato prodotto dallo choc dell’Inghilterra thatcheriana. In Italia – se restiamo alla storia più recente – cosa siamo stati capaci di tirar fuori dal terrorismo e da Mani pulite? Niente. Le solite operine sociologiche, autoreferenziali e piagnucolanti del sinistrismo intellettualoide che è sempre colpa di qualcun altro e comunque è la società che sbaglia o pamphlet ideologici tutti e solo spendibili nella battaglia politica più triviale e demagogica. Dov’è il Philip Roth di Tangentopoli? Il Kubrick degli anni delle Brigate Rosse? La cosiddetta meglio gioventù non poteva essere raccontata un po’ meglio e un po’ più in profondità di come ha fatto “La meglio gioventù”?

L’unico lavoro di scavo davvero formidabile è quello fatto ormai venticinque anni fa da un totem come Sergio Zavoli ne “La notte della Repubblica”, un’inchiesta in venti strepitose puntate televisive sulla genesi, l’apogeo e la fine del terrorismo in Italia, da piazza Fontana al delitto Moro (quella a Mario Moretti, ad esempio, rimane ancora oggi, a parere di chi scrive, la più bella intervista della storia della tivù italiana). Ma qui siamo nel grande giornalismo – una volta tanto – fino ad ora mai replicato da nessuno per la stagione di Tangentopoli, tanto è vero che i commenti a “1992” dei cronisti che avevano seguito lo scandalo vent’anni fa fanno addirittura tenerezza, nel loro essere così in sintonia con i discorsi dei pensionati mentre guardano i lavori in piazza. Il cronista del giornalone A che, tutto tronfio ed egagro, ricorda quanto lui avesse visto giusto da quel dì, quello del giornalone B che, insomma, ai miei tempi sì che si faceva il mestiere sul serio, mica come i giovinastri del giorno d’oggi, quello del giornalone C che, diciamoci la verità, lui non ha mai fatto carriera perché è un intellettuale scomodo e perché tutti sanno che ce l’ha più lungo degli altri. Che pagine meravigliose…

E mentre tutti quanti ci guardiamo l’ombelico oppure la buttiamo in caciara, la storia del nostro paese rimane lì, sepolta e batteriologica, un vuoto che i pupazzetti del povero Accorsi manco sanno cosa sia. Ci vorrebbe qualcosa di meglio, da queste parti. C’è qualcuno di talento da segnalare, putacaso?

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@DiegoMinonzio


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