Domenica 17 Agosto 2014

Madame Bovary

è sempre con noi

Una caricatura di Gustave Flaubert (1821-1880)

Il bovarismo è una tipica sindrome da fine estate. Le giornate si accorciano, gli ombrelloni si chiudono, l’abbronzante sgocciola, le ultime ore di vacanza scivolano via, impalpabili, una dopo l’altra e proprio in quei momenti, mentre si preparano le valigie del ritorno, inizia a serpeggiare quel malessere sottile, quell’inquietudine morbosa che poi ci attanaglia per così tanti giorni dopo il rientro. Chi è che non l’ha provata almeno una volta? Lo stacco dalla routine può essere devastante, perché nelle nostre testoline si mette a frullare il pensiero che allora un’altra esistenza sia possibile e niente orari e niente impegni e niente vincoli e niente legami e in ufficio non ci torno e quelli là non li voglio più vedere ed è il momento di cambiare vita e non mi meritate e nessuno si interessa a me e voglio conoscere persone interessanti e il tempo passa ed è ora di fare qualcosa di importante e si vive una volta sola… Non è così, forse, mentre la ruota del criceto si avvicina vorticosa ed è già pronta a fare di noi carne da macello per un altro anno ancora?

Com’è che diceva quello là? “Tutto il male dell’uomo sta in una cosa sola: nel non sapersene stare tranquillo dentro una stanza”. Forse aveva ragione lui. Ed è per questo che – tra tanta fuffa, tanto pattume e tanto ciarpame che ingombra le librerie - la lettura più istruttiva per psicanalizzare questa malattia infantile del nostro animo di perenni frustrati irrisolti e inadeguati resta sempre “Madame Bovary”. Il romanzo dei romanzi. Il romanzo per eccellenza. Il romanzo in quanto tale. Probabilmente ne sono stati scritti altri più commoventi, altri più terribili, altri più perfetti o più decisivi per la storia della letteratura. Ma nessuno, nessuno mai come Flaubert ha saputo scavare con gelida lucidità dentro i nostri cuori di panna per coglierne il nocciolo nascosto e irriducibile. E condannarci poi, per l’eternità, con la più universale, la più patetica e la più spietata delle metafore. Perché nessuno ha interpretato in modo così definitivo l’orizzonte piccolo borghese, che rappresenta il vero brodo di coltura, la vera radice del bovarismo e che esplode incontenibile proprio in periodi dell’anno come questo, nel quale sogniamo di essere qualcosa di diverso da quello che siamo.

In una società che, ad eccezione di una sparuta minoranza di aristocratici d’altri tempi e di diseredati senza speranza, è ormai costituita in larghissima parte dall’enorme e gassosa bolla di un ceto medio deideologizzato e deresponsabilizzato che si muove, al di là di differenze economiche anche rilevanti, su un unico binario culturale, non può che essere così. Perché lei è la figura nella quale il microscopico, invidioso, mellifluo, commovente e rivoltante mediocre che è in noi può e vuole identificarsi. Lei è la nostra proiezione. Lei è noi e noi siamo lei. Lei e nessun altro.

Il male dell’uomo è non saper stare tranquillo dentro una stanza, si diceva prima. È su questo pensiero dell’amatissimo Pascal che Flaubert ha costruito il suo capolavoro. Il male di Emma Bovary consiste nell’incapacità di accettare la propria condizione, di rassegnarsi a vivere nel contesto nel quale il destino l’ha catapultata. Emma lo sente come qualcosa di falso e artefatto, come una catena, una prigione fetida, sprofondata e annegata nella provincia più remota. Il suo cuoricino tremante brama ben altro: amori, tradimenti, avventure, viaggi, emozioni, lontananze, ricchezze, poteri. Ma la vita la inchioda, la stringe a sé, la imprigiona senza pietà nella sua piccola casetta anonima. E se anche una volta sola riuscisse a realizzare tutti i suoi sogni, ecco che già quella nuova condizione, in passato tanto agognata, le si presenterebbe come una nuova prigione, una nuova catena e così via, di prigione in prigione, di catena in catena, senza fine e senza speranza.

Proprio come Anna Karenina. Proprio come la Natascia di “Guerra e pace”, che cede alle lusinghe di Anatole Kuraghin rovinando in un attimo di follia se stessa e il principe Andréj, oppure come i trepidi ed indifesi protagonisti di “Resurrezione”’, altro capolavoro di Tolstoj. Proprio come la contessa Serpieri del purpureo “Senso” viscontiano. Proprio come l’Oblomov del romanzo di Goncarov, che si chiede: “Ma dov’è la vita?” e non trova risposte, perché risposte non ci sono. Proprio come il Casanova di Schnitzler e, a pensarci bene, proprio come Don Giovanni, prigioniero della propria disordinata sensualità e condannato alla seduzione (“nella sola Spagna ne ha conquistate almeno milletré”) perché le amanti non bastano mai, perché c’è sempre una donna che non ha mai avuto e che non avrà mai, perché c’è sempre qualcosa che gli sfugge, che lo irride e che priva di senso la sua esistenza. Aveva ragione Pascal: anche loro sono incastrati.

Madame Bovary vorrebbe volar fuori dalla sua stanzetta, ma picchia la testa contro il soffitto troppo basso. Troppo fragili quelle chiavi, troppa cattiva letteratura in quei sogni, troppo fragile quel cuore tremante. Proprio come noi, che ogni tanto - soprattutto d’agosto in riva al mare - ci sorprendiamo a pensare che tutto sarebbe bello se tutto fosse diverso, se non ci si dovesse svegliare sempre alle sette, se i milioni girassero come bruscolini, se ogni donna cadesse ai nostri piedi, se si scendesse a pernottare sempre al Negresco, se si fosse felici. Già, se si fosse felici...

E perché no, in fondo? La più standardizzata e copertinata e twittata delle popstar non è scipita e mediocre e anonima esattamente come noi? Anche noi saremmo capaci di cenare al Ritz, di amoreggiare sulla spiaggia scrocchiando aragoste e succhiando ostriche, di accarezzare poveri negretti dagli occhi sbarrati, di volare lontano con bei tenentini e arabi misteriosi e sguazzare nelle acque tropicali e confidare mille tormenti a incensati stilisti e celebrità dalla lacrima facile e soffrire comunque per i nostri piccoli lontani perché cuore di mamma non tradisce e in fondo anche i ricchi piangono, signora mia, e fuggire alteri e pensosi da nugoli di paparazzi e schiantarsi come James Dean - certo, la morte che tutti vorremmo, un attimo prima che il terrore del nulla ci faccia appiccicare ancor più alle nostre povere vite, come cozze allo scoglio - e far piangere milioni di persone anche se la verità è che a noi non ci fila nessuno e il marito e i figli e i pensieri e gli anni che passano e l’affitto che sale e la calvizie precoce e l’ulcera e la cellulite che incombe e i fiori che non colsi e se avessi avuto più coraggio e che palle ‘sta baby-dance e cosa sarà domani e se me ne fossi andato prima e se avessi vinto al superenalotto e quella densa malinconia che proviamo la sera del dì di festa udendo un canto che lontanando per i sentieri se ne muore poco a poco.

Madame Bovary è la nostra proiezione. Lei è noi. Anche perché non ci si può identificare con qualcuno che sia enormemente migliore e, quindi, enormemente distante. Come si fa a voler essere come il Papa, come Mozart, come Shakespeare? Come si fa? L’intelligenza, la cultura, la capacità di soffrire, il paradossale e scandaloso sacrificio di sé, la grandezza, insomma, quando si presentano in modo così abnorme, diventano alla fine talmente opprimenti da schiacciarti. Personaggi di quello spessore si possono ammirare o invidiare o addirittura odiare, ma con loro non ci potrà mai essere identificazione. Alla Pietà di Michelangelo si può dare una martellata, ma non ci si può certo illudere di creare una scultura così perfetta. La perfezione annienta l’uomo, questa è l’impietosa verità sulla quale Thomas Bernhard in “Antichi maestri” - uno dei più spietati romanzi del dopoguerra - ha scritto pagine indimenticabili. Il professor Reger passa tutta la vita al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Cerca i difetti dei capolavori, perché “il tutto e il perfetto non li sopportiamo”, perché nel momento in cui l’uomo cerca di cogliere la perfezione precipita senza scampo in una terra di nessuno abitata dalla follia. Oppure i due talentuosi pianisti de “Il soccombente”, altro capolavoro bernhardiano, che quando ascoltano il giovanissimo Glenn Gould intento a suonare le celebri “Variazioni Goldberg” capiscono che a loro non sarà più concesso di suonare una sola nota. Perché Gould non era solo un virtuoso del pianoforte, non era solo il migliore dei virtuosi del pianoforte. Glenn Gould era “il pianoforte”. Uno dei due giovani, annientato dalla presenza del genio, si ucciderà. L’altro sarà condannato per tutta la vita a espiare la colpa della propria mediocrità. Proprio come Amadeus e Salieri.

Non ci si può identificare con il genio. Perché lui è “altro” da noi. E perché è mortale. Il genio, checché se ne pensi, sparisce. Madame Bovary no. Madame Bovary è eterna. Lo capiamo inconsciamente noi, prigionieri in qualche villaggio turistico griffato, e sul letto di morte lo aveva capito anche Flaubert: “Io adesso crepo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà per sempre”.

Diego Minonzio

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