Lecco. «Senza tecnici, l’industria è frenata»

Il dibattito La preoccupazione degli imprenditori durante l’incontro del Gruppo giovani dell’Api. Andrea Beri (Ita di Calolzio): «Rinuncio a ordini che valgono il 15% dei ricavi per mancanza di personale»

Lecco. «Senza tecnici, l’industria è frenata»
La tavola rotonda moderata da Tiziana Ferrario (prima a sinistra), poi il prevosto don Milani, Beri, Bonomi, il pro rettore Grecchi e Silipigni

In occasione della tavola rotonda che ha concluso il trentesimo anniversario del Gruppo giovani imprenditori di Api Lecco Sondrio il tema principale in discussione è stato quello relativo alle risorse umane.

Nel corso del dibattito è stato in primo luogo Andrea Beri, ad della Ita di Calolzio, a raccontare la propria esperienza, partendo da un episodio di pochi giorni fa.

«La settimana scorsa avrei dovuto licenziare tre persone, Ccnl alla mano, per tre motivi diversi. Si parlava infatti di furto, inadeguatezza professionale e, nell’ultimo caso, di un lavoratore che stava guardando un film accanto al macchinario di cui avrebbe dovuto occuparsi. Una decisione sofferta, sulla quale mi sono confrontato anche con i sindacati. I quali mi hanno fatto presente una cosa sacrosanta: se li licenzi, mi hanno detto, altri tre non li trovi».

Ha quindi rinunciato a interrompere il rapporto di lavoro.

«Una grande responsabilità è quella del reddito di cittadinanza. È un provvedimento doveroso, per aiutare chi lo merita. Ma questo strumento dovrebbe accompagnare le persone nella ricerca di un’occupazione, cosa che non accade. Basti pensare che l’ufficio di collocamento di Bassano del Grappa non ha la possibilità di condividere il codice fiscale di chi percepisce il beneficio». Impossibile che la misura possa funzionare, in questo modo. «Intanto ci sono giardinieri, idraulici ed elettricisti che continuano a subire la concorrenza sleale di chi lavora in nero, forte del Reddito. Ho fatto colloqui con persone che mi hanno risposto di preferire continuare a vivere con il sostentamento piuttosto che mettersi a lavorare».

In tutto questo, le aziende continuano a cercare personale disperatamente, «e sono costrette a rinunciare a ordini pari al 10-15% del fatturato, come nel mio caso, per mancanza di manodopera». Devono inventarsi di tutto, anche benefit particolari, per risultare sempre più attrattive. «Lecco è un esempio a livello nazionale in relazione al welfare: è qui che è nato il bonus energia (proprio alla Ita, ndr.), con l’obiettivo di aiutare le famiglie dei dipendenti a far fronte al caro bollette e fidelizzare i lavoratori. Noi abbiamo anche realizzato una palestra per il personale. Mio padre mi ha guardato come se fossi impazzito, ma ormai lo sforzo non è più solo quello imprenditoriale, perché se la gente rinuncia pure ai colloqui».

Sono le stesse difficoltà che incontra anche Laura Silipigni, presidentessa del Ggi di Api Lecco Sondrio e imprenditrice della Tag di Dolzago. «La carenza riguarda anche gli operai più specializzati, per i quali il Reddito non dovrebbe essere un traguardo così ambito. Un ruolo fondamentale è comunque quello dell’orientamento scolastico: scontiamo il retaggio culturale secondo il quale gli studenti migliori vanno al liceo e agli istituti tecnici si iscrivono tutti gli altri. Per fortuna la narrazione sta cambiando e si sta finalmente esaltando anche l’aspetto tecnico, spiegando che il lavoro in fabbrica non è più sporco e faticoso come ai tempi dei nostri padri e nonni».

Il sociologo Aldo Bonomi ha invece insistito su un piano diverso.

Dopo la pandemia la gente è in fuga dal lavoro, anche dall’impiego pubblico. Si va più alla ricerca di un “senso”.

Ma chi cerca si scontra invece con la realtà del precariato. Bisogna puntare sul welfare e sul ruolo dei corpi intermedi e delle rappresentanze, che facciano da mediatori tra società e lavoro».

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