«Vita stravolta dal giorno del vaccino»
Albavilla, l’odissea di una infermiera

Silvia Lunardi lavorava in pronto soccorso e oncologia, verso il rientro al Fatebenefratelli di Erba con un’altra mansione

«Vita stravolta dal giorno del vaccino» Albavilla, l’odissea di una infermiera
L’infermiera Silvia Lunardi

«Non sono assolutamente una no vax, sono stata in prima linea durante la fase iniziale della pandemia e poi vaccinatrice in ospedale e mi sono vaccinata, ma la mia vita è stata rovinata e completamente stravolta».

Silvia Lunardi, 39 anni, residente ad Albavilla e infermiera all’ospedale Fatebenefratelli di Erba, racconta il suo lungo calvario iniziato esattamente un anno fa, il 19 aprile 2021, quando si è sottoposta alla somministrazione della prima dose del vaccino con siero Pfizer.

«Soffrivo già precedentemente di artrite reumatoide ed ero sotto cura cortisonica: per questo ho potuto aspettare – spiega – Alla fine però ho dovuto sottopormi alla vaccinazione e l’ho fatto anche convintamente. Nei primi mesi del Covid sono stata in prima linea in pronto soccorso, poi sono stata nel team dei vaccinatori: in ospedale abbiamo vaccinato prima i colleghi e poi la categoria degli insegnanti».

«Mai stata contraria alla vaccinazione, anzi, ma, dopo dieci minuti dall’inoculazione, è successo il finimondo: ho avuto uno choc anafilattico, facevo fatica a respirare e hanno dovuto chiamare l’anestesista per la rianimazione. La reazione, che ha scombussolato tutto il mio sistema immunitario, è dovuta al peg, polietileglicole, che è contenuto anche nel vaccino così come in tanti farmaci» aggiunge l’infermiera.

«Non sapevo prima di questa mia intolleranza. Dopo una prima stabilizzazione e un primo ricovero, ho avuto un altro choc e sono stata ricoverata per 23 giorni al Niguarda di Milano».

Il problema, emerso con la vaccinazione, ha completamente stravolto la vita dell’infermiera: il contatto con il peg le ha cambiato ogni aspetto della vita costringendola a una sorta di lungo lockdown imposto dalle sue condizioni.

«A casa devo sanificare gli ambienti e le superfici a 100 gradi: non posso andare al lavoro e non posso nemmeno uscire, ad esempio, andare a fare la spesa con le mie due figlie e mio marito – racconta – Viaggio con cortisone, adrenalina e antistaminici, pronta a ogni evenienza. La precedente malattia e lo sconquasso seguito alla vaccinazione, hanno stravolto la mia esistenza».

«Non voglio dare assolutamente la colpa al vaccino, probabilmente è stata una concausa, ma vorrei ritrovare un pizzico di normalità. Sono sempre propositiva e affronto tutto col sorriso: vorrei che qualcuno mi aiutasse a ritrovare una sorta di nuova normalità» ribadisce l’infermiera.

Ai problemi medici e fisici, si è poi aggiunta, come spesso capita in questi casi, tutta la trafila burocratica, che rende ancor più complicata una situazione già estremamente difficile.

«Quando si tocca l’argomento vaccini ed eventuale complicanze, come nel mio caso, è difficile trovare chi certifichi e tutto diventa difficile – racconta – Il medico di base l’ho dovuto cambiare perché non mi riconosceva, dopo quello che è successo, l’esenzione dal vaccino. Ovviamente dopo la prima dose, ho paura anche solo pensare a una seconda dose».

«Non mi è stata ancora riconosciuta la malattia professionale. Settimana prossima tornerò al lavoro, ma hanno dovuto ovviamente trovare uno spazio isolato per me dove io possa operare in sicurezza. Insomma la mia vita privata e lavorativa è stata stravolta» conclude Silvia Lunardi.

Dall’infermiera arriva un appello a chiunque possa aiutarla, sia sotto l’aspetto medico che sotto quello burocratico, per cercare una via d’uscita a questa situazione.

(Simone Rotunno)

© RIPRODUZIONE RISERVATA