Omicidio Molteni, processo d’Appello  L’ex moglie chiede scusa
L’architetto Alfio Molteni aveva 58 anni

Omicidio Molteni, processo d’Appello

L’ex moglie chiede scusa

Ieri a Milano chiesta la conferma della condanna a 20 anni per Daniela Rho e dell’ergastolo per Alberto Brivio. La donna: «Pensavo solo di fargli dare due schiaffi, non avrei mai voluto lasciare le mie figlie senza un padre»

Al termine di una lunga requisitoria, ieri a Milano il sostituto procuratore generale in Corte d’Appello ha chiesto la conferma delle condanne inflitte in primo grado nei confronti di Daniela Rho (vent’anni) e Alberto Brivio (ergastolo con tre mesi di isolamento diurno), ritenuti - lo ricordiamo - i mandanti dell’omicidio di Alfio Molteni, l’architetto freddato sotto casa, a Carugo, il 14 ottobre del 2015.

Analoghe richieste di conferma, il pg ha espresso per gli altri imputati, e cioè Vincenzo Scovazzo, il 56enne originario di Caltagirone ritenuto l’esecutore materiale del delitto (ergastolo in primo grado), Giovanni Terenghi, 59 anni, l’investigatore privato di Molteno condannato in primo grado a cinque anni per stalking e calunnia, e Giuseppe De Martino (14 anni e otto mesi), accusato di avere fatto da autista ai killer.

Il tribunale ha già fissato altre due date: la prima domani, quando prenderanno la parola i difensori, una seconda il 7 febbraio, data per la quale è anche attesa la sentenza.

Ieri hanno preso la parola sia Brivio, che lo aveva già fatto in primo grado a Como e che ha ribadito, ieri come allora, la sua estraneità alle contestazioni, e Daniela Rho, ex moglie dio Molteni che, sentenza alla mano, di tutto fece per cercare, con Brivio, di screditare l’ex coniuge agli occhi del tribunale che nei giorni successivi a quel mese di ottobre avrebbe dovuto definitivamente esprimersi sull’affido delle due bambine, figlie di Molteni.

«Chiedo scusa ai parenti di Alfio - ha scandito in aula la vedova -, non avrei mai voluto lasciare le mie figlie senza un padre, abbiamo giocato con le nostre vite (...) Ero arrabbiata perché temevo che mi tradisse (...) Eravamo una famiglia felice, dalla quale sono nate due splendide bambine».

E poi, tornando su un refrain ripetuto decine di volte sia in fase di indagine che in sede processuale davanti ai giudici di Como: «Pensavo solo di fargli dare due schiaffi». In alte parole: spaventarlo sì, ucciderlo no.


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