Liliana Segre al Sociale  parla a 800 ragazzi  «Non siate indifferenti»
La senatrice Liliana Segre, ieri mattina sul palco del Teatro Sociale

Liliana Segre al Sociale

parla a 800 ragazzi

«Non siate indifferenti»

La senatrice sopravvissuta ai campi di concentramento ha incontrato gli studenti in teatro. «Sono una nonna e, quindi, sono felice di spiegare questa storia ai giovani»

«Prima di essere una sopravvissuta mi considero una nonna e, quindi, sono felice di spiegare questa storia ai giovani». Così la senatrice Liliana Segre ieri dal palco del teatro Sociale, in un partecipatissimo incontro con gli studenti comaschi. Sopravvissuta ad Auschwitz, Liliana Segre ha raccontato la sua storia e gli orrori di nazismo e fascismo: «A otto anni fui espulsa dalla scuola elementare: quando mi sentii dire “non puoi più andare in terza” cominciai a chiedere il perché. Non capivo. Dopo le leggi razziali non venivo più invitata ai festini dei miei compagni e il telefono non suonava più. Cominciai a diventare invisibile. Non siate indifferenti: è terribile esserlo, è più violento della violenza stessa».

Quando scoppiò la guerra e Milano fu bombardata, la sua famiglia andò a Inverigo, dove suo padre aveva affittato un piccolo appartamento. Poi il 7 dicembre 1943 la sua famiglia tentò la fuga in Svizzera: «Mi ricordo come correvo nella notte tenendo la mano di mio padre su quelle montagne, carichi di valigie, con i contrabbandieri che ci dicevano di andare più veloci se non volevamo essere presi. Ma io ero fiduciosa, a due passi dalla libertà. All’alba passammo il confine e ci sembrava impossibile avercela fatta e quando fummo di là, guardavamo la montagna ed eravamo felici». Ma la sentinella li portò al comando di polizia di Arzo: il funzionario li rimandò indietro. A nulla servirono i pianti e le preghiere: furono arrestati e portati nel carcere di Varese. «Fui trasportata poi a quello comasco, San Donnino. Era umido, vecchio e c’era la muffa ovunque. Da lì finii al quinto braccio di San Vittore. Dopo quaranta giorni, arrivò un tedesco e lesse seicento nomi: bisognava partire il giorno dopo per ignota destinazione. A calci e pugni, venimmo caricati sul treno. Una volta arrivati, fui separata per sempre da mio padre. Non sapevo non l’avrei più rivisto».


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