Lecco. Servizi e ristoranti,  I fatturato sono al tracollo
Un’immagine del giugno scorso in centro, quando la vita sembrava riprendere normalmente

Lecco. Servizi e ristoranti,

I fatturato sono al tracollo

Crisi Covid: calo di -27,2% e - 36,2% nel IV trimestre 2020, sono i settori più in sofferenza per le chiusure imposte

Ristoratori, ambulanti, parrucchieri, estetiste e titolari di palestre in questi giorni protestano da Nord a Sud perché messi in ginocchio dalle chiusure anti-pandemia.

Mentre chiedono al Governo una road map delle aperture e maggiori sostegni economici, arrivano i dati che certificano il crollo dei settori dei servizi nel corso del 2020.

Secondo Unioncamere Lombardia, nel quarto trimestre del 2020 a perdere di più su base annua sono stati i servizi alla persona (-27,2%) e le attività di alloggio e ristorazione (-36,2%).

In provincia di Lecco l’ultima congiuntura trimestrale segna per il comparto dei servizi un continuo peggioramento, con un calo tendenziale che passa dal -10,1% del terzo trimestre 2020 al -13,6% del quarto trimestre 2020.

Mentre a Lecco già nei giorni scorsi per parrucchieri ed estetisti l’allarme è stato lanciato dal presidente di Confartigianato Daniele Riva, gli ambulanti lecchesi si preparano a protestare sabato 10 aprile.

I ristoratori lecchesi aderenti a Fipe Confcommercio parteciperanno invece a Roma il 13 aprile a un’assemblea straordinaria di Fipe nazionale che si terrà in piazza Montecitorio «con palco e distanziamenti dei posti, senza accesso al pubblico», ci dice il presidente provinciale Marco Caterisano.

Dopo un 2020 in cui le imprese lecchesi del terziario hanno perso il 14,5% del volume d’affari, le previsioni sulla prima parte del 2021 restano negative. Fra le categorie in maggior sofferenza, quella dei ristoratori in queste ore torna a chiedere al Governo una road map delle aperture o ristori adeguati.

Da un lato i virologi avvertono che pranzare insieme in pausa di lavoro o andare in pizzeria con amici e famigliari seppure con distanze di sicurezza è veicolo di contagio, che spiega le ragioni delle chiusure in mesi in cui i dati della pandemia non accennano a scendere in modo significativo. Dall’altro, categorie costrette a chiudere chiedono al governo sostegno adeguato e anche le ragioni di misure che non sono state estese con altrettanto rigore ad esempio ai mezzi pubblici. Caterisano non è mai stato un sostenitore delle riaperture ad ogni costo e l’anno scorso, a inizio pandemia, ha chiuso in via precauzionale la propria attività dieci giorni prima rispetto a quello che a breve sarebbe stata una tabella continua di chiusure imposte per decreto. E anche lo scorso dicembre si era espresso dicendo che a gennaio e febbraio sarebbe stato opportuno chiudere, altrimenti a marzo si sarebbe stati costretti a farlo e chissà fino a quando.

«Sono sempre stato molto cauto sulle possibilità di riapertura in relazione alla sicurezza anti contagio. Ma – afferma Caterisano - se ora non ce la facciamo più è perché stiamo subendo gli effetti di una politica che ha agito senza strategie preventive, con tattiche di breve periodo a seconda dell’andamento dei numeri di contagio.

«Le nostre aziende sono al capolinea, non abbiamo più autonomia per andare avanti. Abbiamo finito le risorse, i ristori sono insufficienti a coprire anche in parte le perdite o a pagare solo le spese vive. Dalle lentezze della politica sulla gestione della pandemia ai ristori insufficienti, alle mancate misure di prevenzione che avrebbero potuto attenuare i numeri di contagio: non siamo più disposti a pagare di tasca nostra per tutto ciò».

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