Lecco. In classe col ragazzo positivo   Non gli fanno il tampone
Un prelievo con il tampone

Lecco. In classe col ragazzo positivo

Non gli fanno il tampone

Decisioni difficili da capire quelle con cui si confronta la famiglia di un ragazzo di 17 anni, residente a Lecco, e allievo dell’istituto di agraria di Codogno

LECCO

Incongruenze o comunque decisioni difficili da capire quelle con cui in questi giorni si confronta la famiglia di un ragazzo di 17 anni, residente a Lecco, e allievo dell’istituto di agraria di Codogno.

Il giovane è compagno di classe del coetaneo della Valdidentro positivo al test del Coronavirus. «Mio figlio - racconta il papà - giovedì scorso è rientrato a casa in treno da Codogno. Quando è uscita la notizia del focolaio del Lodigiano ho chiamato i responsabili sanitari di Lecco per capire come comportarmi. Ho chiesto se era possibile sottoporre mio figlio al tampone, così da avere un quadro certo. Mi è stato risposto che il tampone si fa solo in presenza di febbre. E anche le altre indicazioni sono state piuttosto vaghe. Se devo essere sincero ho avuto l’impressione che non considerassero il problema secondo la gravità che poi si è manifestata. Ho richiamato domenica sera. Questa volta mi hanno detto che sarebbe auspicabile che il ragazzo disponga di una camera e di un bagno dedicato. Ho chiesto se ci fossero indicazioni per gli altri componenti della famiglia e mi è stato risposto che non ci sono prescrizioni da seguire. Ho insistito: posso andare a lavorare? Non c’è problema, è stata la risposta. Come non ci sono limitazioni per gli altri famigliari che possono muoversi senza restrizioni».

Il papà del ragazzo fa notare che le indicazioni ricevute sembrano lasciare dei buchi nella rete dell’isolamento, che potrebbero indebolire o rendere inutili le misure adottate. «È vero che il tampone non si può fare a tutti - osserva - però mio figlio è entrato in contatto con il ragazzo risultato positivo al virus. Non andrebbe controllato come un possibile portatore della malattia e non come un cittadino qualunque? E noi familiari che siamo in contatto per 24 ore al giorno con il ragazzo non dovremmo osservare delle limitazioni? Devo dire che io ho preso ferie, forse per un eccesso di zelo e senso civico. Insieme agli altri componenti della famiglia, ci siamo auto imposti di non uscire di casa per non far correre rischi ad altre persone. Forse siamo troppo prudenti, non sono un medico, mi affido al buon senso. Non posso escludere che la mia cautela sia eccessiva. Resta comunque l’impressione che la nostra attenzione verso gli altri non sia non dico apprezzata, ma nemmeno considerata. Domani potrei andare tranquillamente al lavoro e, in modo inconsapevole, contribuire a diffondere il virus, non solo tra i colleghi ma anche tra tutte le persone con cui dovessi entrare in contatto. Mi pare che il caso di mio figlio, come degli altri allievi dell’istituto di Codogno, vada considerato con un’attenzione diversa da quella di chi in quest’ultimo periodo non è stato a Codogno e non ha avuto contatti con persone positive al test. A Lecco, oltre a mio figlio ci sono altri quattro ragazzi del Tosi, tre in Valsassina e due sul lago. Per tutti loro valgono le scarne indicazioni che abbiamo ricevuto noi». n G. Mor.


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