Venerdì 06 Giugno 2014

Joele, i killer: «Picchiato

solo perché ci siamo difesi»

La foto di Joele Leotta portata in fiaccolata dagli amici dopo l’assassinio del giovane

«Abbiamo agito per legittima difesa». E’ tutto un altro film quello ricostruito in aula a Maidstone, Inghilterra, da due degli imputati per la morte del ventenne Joele Leotta e il ferimento del coetaneo Alex Galbiati, di Rogeno. E proprio «fiction» l’ha definita il Pm, Philippa McAtasney, al termine della deposizione di Linaz Zindonis, 22 anni, che – insieme all’amico Saulius Tamoliunas, 24 - ha fornito in aula una versione dei fatti del 20 ottobre molto diversa da quella dell’accusa, benché in qualche passaggio coincidente con aspetti finora inspiegabili, tra cui la frase che un terzo imputato – il 27enne Aleksandras Zuravliovas – pronunciò subito dopo il pestaggio, rivolgendosi a Galbiati e «lasciandogli la sensazione – secondo il Pm stesso – d’essere ritenuto la causa». Ora, stando alla testimonianza di Zidonis, «Leotta è morto per un errore» e per la cannabis, fumata dai due lecchesi prima dell’aggressione come già rilevato da un avvocato della difesa e dal medico legale. La ricostruzione di Zidonis coincide, per un po’, con quella già nota: con Tamoliunas e Zuravliovas aveva bevuto al terzo piano della stessa palazzina abitata degli italiani, dove risiedeva anche il quarto imputato, Tomas Gelezinis. Ubriachi, avevano avuto un diverbio col coinquilino e avevano lasciato l’appartamento. Da qui la versione diverge.

«Sono stati gli italiani ad attaccarci – hanno detto in aula Zindonis e Tamoliunas – Mentre scendevamo, abbiamo trovato Zuravliovas fermo fuori dalla loro stanza. Aveva sentito odore di cannabis e aveva deciso di bussare per averne un po’: lo scontro ha avuto inizio appena aperta la porta; è stato colpito in testa e anch’io mi sono ritrovato qualcuno addosso: Galbiati, credo. L’ho colpito con una scopa».

Galbiati, dal canto suo, aveva riferito in aula che «qualche sera prima c’era stato già un tentativo d’aprire la porta della stanza», quindi era in allerta. «Aleksandras mi ha strappato l’italiano di dosso – ha proseguito Zidonis – Rialzatomi, ho visto Saulius e Tomas nella stanza: stavano battendosi con l’altro uomo». Tamoliunas, ha aggiunto: «Ho visto Aleksandras e uno degli italiani iniziare a battersi, quando l’altro italiano mi ha assalito. L’ho colpito – ha ammesso – Anche quando era già in ginocchio». Per Zidonis, tutti se ne andarono «quando fu chiaro che gli italiani non avevano più voglia di picchiarsi».

Il fatto che uscirono, ma poi rientrarono, era già emerso da una precedente testimonianza, secondo cui il ripensamento fu però per finirli. Invece, per Zidonis «Zuravliovas voleva lavarsi la faccia; lo seguii con Saulius»: ecco perché il pestaggio sarebbe ripreso in bagno, dove Galbiati si era rifugiato; avrebbe assalito i lituani vedendoli tornare. Zidonis stesso sarebbe stato «aggredito dall’altro italiano: mi tirava pugni e mi prendeva a calci; i miei amici, per difendermi, l’hanno lanciato dall’altra parte della stanza e lui, allora, è corso verso l’ingresso».

Lì Joele Leotta fu trovato da Galbiati e Zuravliovas, agonizzante. Il Pm ha controinterrogato Zidonis: «L’ultima volta che ha visto Joele, veniva aggredito da due suoi amici; era semincosciente: come poteva alzarsi per aggredire?». Per Zidonis «è difficile dirlo, quando tutto avviene così rapidamente». Il processo continua, con la deposizione di altri testimoni. n

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