Giovedì 03 Luglio 2014

Cordoglio nel Cai:

«Nicola ci manca»

Nicola Martelli con gli amici “Bianco” Lenatti e Camillo Della Vedova con il quale è rimasto in contatto fino a quando non gli si è scaricato il cellulareMartelli era recentemente diventato delegato del Cai e si era già informato sulle date del congresso. Aveva in programma anche una spedizione in Patagonia

La tragica scomparsa di Nicola Martelli - morto in quota, sorpreso dal maltempo, dopo aver trascorso una notte all’addiaccio - conosciutissimo in Valle, ha gettato nella costernazione la grande famiglia del Cai, in cui operava, in pratica, da una cinquantina d’anni.

Nella giornata di martedì, nella sede del Cai provinciale, è stata allestita la camera ardente, e le visite si sono succedute in continuazione, a dimostrazione del grande patrimonio di stima che aveva saputo guadagnarsi nel mondo degli appassionati di montagna.

Martelli, formatosi alla scuola di alpinismo diretta da Celso Ortelli e scalatore di grande competenza (tra le sue ascensioni figura lo Spigolo Nord del Badile), aveva trovato la sua dimensione ideale come istruttore di alpinismo giovanile, un’attività che svolgeva ormai da trent’anni. «Nicola era l’istruttore ideale, perché sapeva trasmettere il fascino della montagna nella sua interezza – ricorda Guido Combi –. Vissuta non solo nella scalata, ma nella fruizione dell’ambiente. Ai bambini e ai ragazzi, infatti, oggi distratti dal tecnicismo imperante, cercava di trasmettere l’amore per l’ambiente naturale e molti rimanevano affascinati dal suo modo di proporsi».

Concetti ribaditi da Angelo Schena: «Amava talmente la montagna, che sentiva il bisogno di trasmettere quest’amore ai più giovani, cercando di coinvolgerli in profondità. E dalla natura sapeva creare piccoli oggetti artigianali, dagli zufoli, ai braccialetti profumati. Parlava preferibilmente in dialetto e aveva una capacità non comune di raccontare». «Lo ho affiancato nel settore dell’alpinismo giovanile dal 1992, e da allora abbiamo sempre operato insieme – ricorda Massimo Gualzetti –. Ci univa il concetto che la tecnica alpinistica ha la sua importanza, ma che la montagna può offrire molto di più, ed è un’opportunità educativa molto preziosa. Grazie soprattutto ai suoi trent’anni d’impegno, la scuola giovanile si è molto sviluppata. Era una persona schiva e modesta, ma il suo operato non è passato inosservato: espressioni di stima e di affetto ci stanno arrivando da Lombardia e tutta Italia. In occasione dell’anniversario della morte della moglie, voleva sistemare una sua foto e un fiore alpestre alla Madonnina della Punta Marinelli, zona che lei amava tanto. Lo riteneva un impegno improrogabile, che, forse, gli ha fatto dimenticare la sua notissima prudenza: purtroppo le condizioni proibitive del tempo lo hanno sorpreso».

«Nicola era recentemente diventato delegato del Cai e si era già informato sulle date del congresso – ricorda il presidente del Cai valtellinese Flaminio Benetti –. A novembre aveva già programmato una spedizione in Patagonia e voleva essere in grado di onorare entrambi gli impegni. La montagna per lui era un giacimento prezioso, da cui sapeva trarre tantissimi insegnamenti, che poi cercava di trasmettere agli altri. Sapeva talmente tante cose, che mi spinse a percorrere, con lui, quello che riteneva il vero Sentiero Rusca, diverso da quello ufficializzato. Nozioni che lui, nato ad Arquino, aveva forse appreso dagli anziani e attentamente vagliate. Ci mancherà».

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