Chiuso, il quartiere spezzato  dal tunnel infinito
Il cantiere della Lecco-Bergamo a Chiuso foto Menegazzo

Chiuso, il quartiere spezzato

dal tunnel infinito

Lecco-Bergamo Cantiere bloccato, mancano 30 milioni. Nava: «L’unica soluzione è passare tutto all’Anas»

Prendi la pedina e rimettila sulla casella del via. In un eterno gioco dell’oca (che non diverte nessuno) la Lecco-Bergamo è in questo momento al punto esatto in cui l’aveva lasciata l’ultima giunta eletta dai lecchesi: quella di Daniele Nava e di Stefano Simonetti.

Quest’ultimo, in un eterno gioco di corsi e ricorsi ha pure preso in mano, negli ultimi mesi e da delegato di minoranza, l’intera questione. Tra coloro che pagano il prezzo maggiore di un’immobilità che dura da sei anni, c’è anche e soprattutto il quartiere di Chiuso, letteralmente sventrato (visto che il cantiere si colloca poco sotto il nucleo del paese) dall’opera che avrebbe dovuto invece risollevarne le sorti.

L’inizio dei lavori

Il via al primo lotto (il viadotto di Rivabella) risale al 2010, mentre la posa della prima pietra del secondo lotto (il tunnel vero e proprio) risale a inizio del 2012. Da allora, la lingua di recinzioni che circonda la chiesetta del Beato Serafino, è diventato un vero e proprio sbancamento, una voragine aperta tra il nuovo nucleo anni ‘60 del paese e la provinciale. E dire che, nove anni fa ormai, l’opera era partita sotto tutt’altri auspici. «Era il 2010 quando decidemmo di puntare tutto su quest’opera – ricorda l’allora presidente della Provincia, Daniele Nava – stanziammo una quantità di risorse assolutamente ingente, 25 milioni di euro in cinque anni. In più, già in quella prima fase riuscimmo, tramite l’opera dell’allora viceministro Roberto Castelli, a recuperare 94 milioni di euro da Roma. Insomma, il progetto poteva dirsi finanziato in maniera adeguata».

Poi, le prime guerre col vincitore dell’appalto, l’impresa Salini, «per motivi - riassume Nava - che in buona parte non sono certo ascrivibili all’opera stessa, casomai ad una situazione generale dell’azienda in quanto tale». Sta di fatto che «l’impresa inizia ad assumere una dialettica, come la vogliamo definire, un po’ forte nei confronti della Provincia. Ora, le riserve finanziarie su opere come questa sono sempre presenti, ma in quel caso ogni tot mesi ce n’era una. E le riserve finiscono pure».

«Un brutto effetto»

Quanto accaduto in seguito è storia nota: perizie di parte, contrasti e l’interruzione del rapporto tra ente e impresa. Oggi si parla di passare tutto ad Anas, ma un vero e proprio decreto in merito non c’è. «Certo, ripassare tutto nelle mani dello Stato fa un brutto effetto, come un Comune commissariato. Ma ad oggi, bisogna ammettere che è l’unica soluzione. Anche perché, in mezzo, le Province sono state sbattute in pasto alla fame di antipolitica della gente. Private di risorse e forza politica, è impensabile che svolgano come in passato il loro ruolo di capofila».

Niente di più della casella del via. Con più di trenta milioni ancora da reperire, e non solo un bando da espletare ma pure una stazione appaltante da rintracciare. Difficile immaginare una situazione peggiore, a dieci anni di distanza. Per Calolzio, per il territorio, ma soprattutto per Chiuso. «Quando ci passo? - chiosa amaramente Nava – un brutto effetto. E situazioni del genere ci saranno sempre di più se non metteremo in atto una controrivoluzione dei modelli amministrativi e degli appalti».


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