Lei mi parla ancora

Regia: Pupi Avati

Genere: Drammatico

Anno: 2021

Con: Stefania Sandrelli, Isabella Ragonese, Renato Pozzetto, Lino Musella, Fabrizio Gifuni

La nuova pellicola targata Sky Original e diretta da Pupi Avati (che cofirma anche la sceneggiatura con Tommaso Avati), è liberamente tratta dall’omonimo libro di Giuseppe Sgarbi. "Lei mi parla ancora" racconta la storia d’amore tra Nino e Caterina: un amore lungo 65 anni e mai finito, neanche con la morte di lei, come scrisse lo stesso autore. «Finché morte non vi separi è una bugia. Il minimo sindacale. Un amore come il nostro arriva molto più in là. E il tuo lo sento anche da qui». Nino e Caterina sono sposati da sessantacinque anni e si amano profondamente dal primo momento che si sono visti. Alla morte di Caterina, la figlia, nella speranza di aiutare il padre a superare la perdita della donna che ha amato per tutta la vita, gli affianca Amicangelo, un editor con velleità da romanziere, per scrivere attraverso i ricordi del padre un libro sulla loro storia d’amore. Amicangelo accetta il lavoro solo per ragioni economiche e si scontra subito con la personalità di un uomo che sembra opposta a lui. Ma il rapporto tra i due diventerà ogni giorno più profondo fino a trasformarsi in un’amicizia sincera. Nel cast Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli interpretano Nino e Caterina, insieme a Isabella Ragonese (Caterina da giovane), Lino Musella (Nino da giovane) e Fabrizio Gifuni nei panni dello scrittore Amicangelo. Insieme a loro anche Chiara Caselli, Alessandro Haber, Serena Grandi, Gioele Dix, Nicola Nocella. La sceneggiatura e il soggetto sono di Pupi e Tommaso Avati. «Poter offrire al pubblico di Sky questo nuovo film Sky Original, firmato da Pupi Avati, è la conferma del nostro impegno e della qualità dei film che intendiamo offrire in anteprima ai nostri abbonati», commenta Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming di Sky Italia. «Una storia intima, umana e straordinariamente universale, “Lei mi parla ancora” è un lavoro pienamente riuscito, nel quale si incontrano e confrontano epoche diverse, generazioni diverse, esseri umani con interessi diversi, ma tutti uniti da un legame indissolubile. Con questo film Pupi Avati ci porta in quel territorio intimo e sacro che è una grande storia d’amore, raccontandocela con delicatezza struggente e attraverso le interpretazioni di un cast straordinario. A partire dal ritorno al cinema di Renato Pozzetto, qui in un ruolo decisamente originale per lui, assieme a Stefania Sandrelli, Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese e Lino Musella. Alcuni tra i migliori interpreti del cinema italiano per raccontare la storia di un amore profondo e inesauribile». Il regista e sceneggiatore Pupi Avati ha commentato: «Due anni fa, dopo una lunga esperienza televisiva, siamo tornati al cinema con “Il signor Diavolo”. Un film prodotto in primis per le sale cinematografiche. Debbo dire che si è trattato di un’esperienza appagante l’accompagnare il nostro ultimo nato in una specie di tour elettorale dal Nord al Sud del paese. Quest’estate nel realizzare “Lei mi parla ancora”, in quella sorta di tempo sospeso che ci ha concesso la pandemia, immaginavamo di poter replicare quell’esperienza. Ma non è andata così. La nuova situazione che si è presentata ci ha fatto comprendere che ben difficilmente avremmo potuto contare su una prossima riapertura delle sale. L’opportunità che Sky e Vision Distribution ci hanno prospettato di programmare immediatamente il film, di poter mostrare il prodotto del nostro lavoro ad una così vasta platea, affrancandoci da una snervante attesa, ci ha molto lusingato. L’immaginare di entrare nelle case degli italiani con una storia così “intima” e personale, con una storia così “affettuosa”, non può che lusingarci». NOTE DI SCENEGGIATURA Un autore sa scrivere una sua storia come se fosse la storia di chiunque altro. E la storia di chiunque altro come se fosse propria… La prima parte di questo assioma risulta piuttosto semplice: consiste sostanzialmente nel raccontare quel che si conosce bene, e nel farlo in modo talmente onesto che chi legge (o guarda il film) finisce con l’identificarsi in te. È la seconda parte che, a volte, può risultare più complicata. Scrivere la storia di qualcun altro come se fosse la tua… Quando lo si fa si ha soprattutto la tentazione di essere religiosamente fedeli ai fatti accaduti, a volte anche troppo, e si finisce col dimenticare che ciò che si sta creando è un prodotto di fiction, un film, e che dovrebbe più di ogni altra cosa intrattenere. Scrivere un film da un romanzo poi è ancora più arduo. Un libro ha infatti sempre già una sua anima dentro di sé, e una sua identità, e volerne trarre un lungometraggio rappresenta inevitabilmente una sorta di violazione di quella precisa identità. Quando mi accingevo ad affrontare Lei mi parla ancora ero doppiamente preoccupato: dovevamo raccontare una storia vera che era per di più un bel romanzo. Ricordo che lessi il libro con apprensione, prendendo lentamente dimestichezza con quei personaggi e con quelle vicende ma sempre con la sensazione crescente di profanare un territorio altrui. Un territorio peraltro sacro - quello di Giuseppe Sgarbi - che proprio per questo però meritava di essere divulgato anche attraverso le immagini. Iniziammo allora a lavorare allo Script cercando di immaginare una chiave che trasformasse quel racconto in una sceneggiatura. Il romanzo di Sgarbi si poggia su una narrazione ricca e articolata e per certi versi ha già una struttura filmica in tre atti. Ma noi avevamo bisogno di qualcosa di più, ci serviva un elemento che lo rendesse ancora più cinematografico. Lo trovammo, ci è sembrato, nel personaggio di Fabrizio Gifuni, e nella sua travagliata vicenda personale che si intrecciava in maniera armonica ed omogenea con la vicenda del protagonista. I miei timori, poco alla volta, stavano cominciarono ad allentare la morsa. Mi accorgevo che strutturando la sceneggiatura, l’anima di quel racconto così intimo in cui l’autore si era messo a nudo in modo così disarmato, rimaneva ben visibile in filigrana. Il senso ultimo e profondo del romanzo insomma rimaneva impresso in chi leggeva la sceneggiatura nonostante la storia fosse stata in qualche modo ripensata. E se quel senso profondo rimaneva fortemente impresso era perché lo avevamo fatto nostro, ci eravamo identificati intimamente con esso. Insomma forse ci eravamo riusciti: avevamo scritto la storia di un altro come se fosse stata nostra…