Buonanotte

L’ultimo pensiero prima di spegnere la luce. O il primo dopo averla spenta

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di Mario Schiani
Domenica 15 Dicembre 2019

È arrivata l’ora della seconda domesticazione

E l’uomo disse «a cuccia». Non ci sarebbe nulla da sorprendersi se non fosse che il destinatario dell’ordine non era un cane (e neanche un gatto). E probabilmente, benché il senso del messaggio fosse quello, l’uomo di cui sopra non articolò proprio le parole «a cuccia», ma un qualche suono un tantino più rozzo.

Rimane il fatto che fu un momento di eccezionale importanza, o così sembra almeno considerarlo la scienza.

Si tratta infatti del primo passo di un processo di domesticazione che ha avuto, per noi, conseguenze straordinarie: di fatto, senza quel processo, non saremmo ciò che siamo. Tuttavia, visto che abbiamo già escluso cani e gatti, l’oggetto di tale domesticazione resta ancora da rivelare. Chi mai sarà stato?

La risposta potrà sorprendere ma è assolutamente scientifica: l’uomo stesso. Proprio così: l’uomo è un animale addomesticato che si è addomesticato da solo. Ma come è possibile?

Innanzitutto bisogna dire che i processi di domesticazione sono veri e propri percorsi di trasformazione. I cani e i gatti addomesticati che conosciamo oggi - e anche i bovini - sono animali “diversi” dai loro lontani avi non addomesticati. I cambiamenti apportati dalla domesticazione sono fisici: denti più piccoli, scatole craniche ridotte e, strano a dirsi, orecchie più flosce e code più ricurve.

Lo studio, condotto in Italia, di un gene - BAZ1B - interessato allo sviluppo del volto e del cranio umano ha portato alla scoperta di mutazioni che fanno pensare proprio a un intervenuto processo di domesticazione. Poiché non è possibile pensare che un’altra specie abbia provveduto ad addomesticare l’uomo, non c’è altra spiegazione se non quella che porta alla conclusione di cui sopra: l’homo sapiens si è addomesticato da solo. Già, ma come?

Nessuno di noi era presente ai fatti, tantomeno a quell’«a cuccia» immaginario che ho piazzato in apertura di articolo, non resta quindi che far lavorare la fantasia, rimanendo tuttavia in un alveo di verosimiglianza scientifica.

A questo proposito, vien buona l’ipotesi avanzata dall’antropologo Richard Wrangham, secondo il quale che con il formarsi di società basate sulla cooperazione, il ruolo degli elementi aggressivi è diventato col tempo meno determinante e, al contrario, si son fatti preferire quegli individui più disposti a collaborare, a condividere e, in generale, a trovare utili compromessi, invece di star lì a digrignare i loro BAZ1B. Il che ci porta alla inevitabile considerazione finale: non pensate anche voi che sia arrivata l’ora per una seconda domesticazione?

di Mario Schiani

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