Processo per terrorismo  Raim: «Voglio essere in aula»
Abderrahim Moutaharrik, detto Raim, ha chiesto di essere presente al processo

Processo per terrorismo

Raim: «Voglio essere in aula»

Inchiesta L’udienza con rito abbreviato il primo febbraio a Milano

I suoi avvocati: «Non c’è alcun pericolo, è giusto che sia presente»

Abderrahim Moutaharrik, detto Raim, il campione di kickboxing di Lecco accusato di terrorismo internazionale per presunti legami con l’Isis, sua moglie Salma Benchark i, e l’altra marocchina Wafa Koraichi, tutti arrestati lo scorso aprile, hanno chiesto, attraverso i loro legali, di poter essere presenti in aula a Milano per il processo con rito abbreviato, lamentando, come chiarito dalle difese, una «violazione del diritto di difesa» nel fatto che è stata data loro la possibilità di seguire il procedimento soltanto in videoconferenza dalle carceri in cui sono detenuti.

«Non ci sarebbe alcun pericolo, allarme sociale o rischio dalla loro presenza in aula», hanno chiarito gli avvocati Sandro Clementi e Vittorio Platì, legali di Moutaharrik. Non si è opposto alla videoconferenza, invece, Abderrahmane Khachia, quarto imputato e fratello di un giovane morto “martire” in Siria. Il gup Alessandra Simion deciderà sulla questione nelle prossime settimane e ha rinviato il processo al primo febbraio.

Il giudice dovrà decidere sulla questione posta dalle difese prima del primo febbraio, giorno in cui, se verranno bocciate alcune questioni preliminari preannunciate dai legali, i pm Enrico Pavone e Francesco Cajani prenderanno la parola per la loro requisitoria e, da programma, potrebbero intervenire anche le difese e si potrebbe anche già arrivare alla sentenza.

«Moutaharrik è sereno - hanno chiarito i suoi legali, che difendono anche la moglie (nel collegio difensivo anche l’avvocato Angela Ferravante) - non si è mai avvalso della facoltà di non rispondere e, quando è stato interrogato, ha argomentato in modo chiaro e preciso il senso delle intercettazioni». Moutaharrik, detenuto nel carcere di Sassari, aveva spiegato, infatti, che i suoi propositi, emersi dalle telefonate intercettate, di compiere un attentato a Roma su ordine di un non meglio identificato Sceicco del Califfato e di andare in Siria a combattere, erano solo «chiacchiere» e che lui e la moglie volevano andare nel Paese mediorientale per aiutare la popolazione e i bimbi «martoriati». I legali hanno anche raccontato che in carcere «riceve le visite dei suoi familiari» e «ha una corrispondenza epistolare» con la moglie detenuta a Roma, così come Wafa Koraichi.

Quest’ultima è sorella di Mohamed Koraichi, marocchino che assieme alla moglie italiana, Alice Brignoli, e ai loro tre figli di 6, 4 e 2 anni, da due anni hanno lasciato Bulciago per unirsi alle milizie dell’Isis (la coppia è latitante). Tutti gli imputati oggi hanno preso la parola solo per confermare la volontà di essere giudicati con rito abbreviato (che prevede lo sconto di un terzo sulla pena ed è a porte chiuse). Kachia, che risiedeva in provincia di Varese prima di essere arrestato, è detenuto nel carcere di Nuoro.

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