«storia, maestra     di mille  trame»
Valerio Massimo Manfredi, scrittore e archeologo, vincitore del premio Manzoni alla carriera

«storia, maestra

di mille trame»

A Valerio Massimo Manfredi il Premio Manzoni alla carriera

La cerimonia venerdì nella sede della Casa dell’Economia

Se amate i libri di Valerio Massimo Manfredi e le incredibili avventure che propongono, non potete assolutamente mancare alla serata di vernerdì 10 novembre, nella sede della Casa dell’Economia, a Lecco. In quell’occasione, a partire dalle 21, il romanziere, archeologo, saggista, divulgatore da oltre 15 milioni di copie, riceverà il Premio Manzoni alla carriera dialogando con Ermanno Paccagnini e Vittorio Colombo. Sarà un’occasione importante per conoscere un autore che fa sognare tanti lettori, portandoli in un mondo a parte, tra storia e fantasia. Non a caso, questa è la motivazione espressa dalla giuria: “Per aver coniugato, con sapienza, il rigore dello storico e il talento del narratore, guidando i lettori alla scoperta del mondo antico, tra realtà e immaginazione”.

Manfredi, a Lecco lei riceverà un premio intitolato al più importante autore del genere del romanzo storico nella nostra letteratura. Si sente vicino a Manzoni?

Sono molto onorato da questo riconoscimento. Certamente, molti dei miei romanzi partono da circostanze accadute nelle quali però si innestano delle vicende di fantasia. In queste settimane, ad esempio, sto ultimando il mio romanzo più recente, che si intitolerà “Quinto comandamento”. È ambientato nel contesto della guerra civile del Congo, negli anni Sessanta. Ora, dopo tanto lavoro, so tutto della storia e della geografia di quella nazione africana, ma l’obiettivo rimane sempre scrivere una trama intensa, emozionante e letterariamente valida. Il resto è effetto collaterale.

Anche Manzoni, d’altronde, ha scritto il suo romanzo, mescolando vero e verosimile. Che ne pensa?

Certo. Credo anche che l’intento di questo grande autore fosse non tanto il ricostruire un quadro storico del XVII secolo, ma dare alle stampe un’opera letteraria alta, per veicolare concetti fondamentali.

Valerio Massimo Manfredi avrà studiato I Promessi Sposi, da ragazzo. Che ricordi ha di quell’esperienza tra i banchi?

Di quell’opera apprezzai subito le pagine più potenti e liriche. Ebbi subito la consapevolezza di quanta forza emanino. Col tempo ne ho colto anche lo humor manifesto e l’uso sapiente e a volte sferzante, dell’ironia. Capisco però anche chi è critico verso il romanzo. Per esempio, mia moglie, americana, lo ha trovato troppo legato al tema religioso e noioso. È un testo importante, ma certo, complesso.

Se non la storia, l’archeologia è certamente stata il suo primo amore. Ha influenzato la scrittura?

Sì. Ai tempi del mio esordio letterario, erano stati da poco rinvenuti i Bronzi di Riace, due statue greche, meravigliose e rarissime, che mi colpirono. Inoltre, all’epoca, ero ospite, con i miei studenti della Cattolica di Milano, in una campagna di scavi in corso nell’antica Lavinium, nei pressi di Pomezia, sotto la direzione del collega Paolo Sommella. Là erano appena state ritrovate le famose “cento statue di Lavinium”. In quel clima esaltante, nacque in me l’idea per quello che sarebbe stato il mio primo romanzo, “Palladion” (edito nell’85). Ne ero talmente entusiasta che riuscii a convincere Alcide Paolini, editor di Mondadori, solo con la forza del mio racconto, senza una pagina scritta!

Dunque il fascino dell’antichità l’ha colpita...

Sì, anche se, nella mia storia di romanziere ho attinto anche ad altri mondi rispetto a quello delle antiche civiltà. Citerò solo “Otel Bruni”, (edito da Mondadori nel 2011 ndr), in cui racconto la saga contadina della famiglia di mia madre, alla metà del secolo scorso. Ci sono poi anche storie di pura fantasia, come “La torre della solitudine”, del ’97, che forse diventerà un film, per una produzione americana.

Insomma, l’importante è il soggetto, che sia storico o d’invenzione?

Il mio interesse si risveglia quando trovo una grande storia da raccontare. Del resto, il piacere della narrazione si è manifestato nella notte dei tempi e la letteratura stessa è nata per comunicare emozioni. Se la Storia ha l’onere della prova, la narrativa è libera da questo vincolo. Anche se sappiamo che il Ciclope o Scilla e Cariddi erano invenzioni, non per questo smettono di affascinarci, anche oggi.

Per lei, che ha tanto viaggiato con l’immaginazione, c’è una terra letteraria ancora da esplorare?

I mondi sono infiniti e non mi stancherò mai di partire per nuove avventure di penna.

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