Un lecchese nelle Ong  «Non siamo tassisti  in mare la gente muore»
Cristiano Gatti, 40 anni, di Calolzio, secondo da destra, capo missione della Ong Proactiva

Un lecchese nelle Ong

«Non siamo tassisti

in mare la gente muore»

Persone Il calolziese Riccardo Gatti capo missione di Proactiva, sulla nave mitragliata dai libici . «Firmato il protocollo Minniti, ma continueremo»

Ha scelto una strada difficile, fatta non soltanto del confronto quotidiano con miserie, povertà e violenza, ma ora anche di minacce e raffiche di mitra. Riccardo Gatti, calolziese che l’anno prossimo compirà 40 anni, è alla testa della missione di salvataggio nel Mediterraneo di Proactiva Open Arms, realtà spagnola che fa parte delle Ong impegnate in mare al largo delle coste libiche.

«Stiamo finendo di riempire i serbatoi di gasolio – ci ha spiegato ieri mattina, contattato mentre si apprestava a salpare da Malta, dove la “sua” Ong ha la propria base operativa -. Saremmo dovuti partire due giorni fa, ma per problemi tecnici siamo ancora all’ancora. Nel giro di un’ora, comunque, si parte».

In mare

Ancora una volta, dunque, il lecchese sarà impegnato in operazioni di salvataggio finite ormai da tempo al centro delle discussioni popolari e dell’acceso dibattito politico. Le accuse di essere “taxi del mare” e “trafficanti di uomini”, “collusi con gli scafisti”, sono ormai all’ordine del giorno e arrivano da più parti.

«Sinceramente non sono sorpreso che si sia arrivati a questo punto. Le Ong che operano qui danno fastidio, perché mostrano realtà che si vorrebbero tenere nascoste, perché poi la società civile ne chiede conto. Noi parliamo di ferite, violenze, torture e morti: in Libia succede di tutto e le persone che salviamo dal mare raccontano storie durissime. Ci sono studi che dicono che il 100% delle donne è stato stuprato e che l’84% di chi riesce ad imbarcarsi ha visto uccidere almeno un suo compagno di viaggio. La Libia non è solo un Paese di passaggio: ai migranti succede di tutto ed è da qui che scappano tutti quelli che cercano la salvezza in mare. Se prima stavamo a 15 miglia dalle coste libiche, ora dobbiamo restare a 24, perché le loro pattuglie vogliono riportarli tutti a terra».

Le testimonianze raccolte vengono pubblicate in Internet da Proactiva e dalle altre Ong ed è per questo, secondo Gatti, che sono finite nel mirino. «Da mesi è partita una intensa campagna contro di noi a ogni livello, dal direttore di Frontex a personaggi politici e pubblici. Tutti ci accusano di essere pull factor, in combutta con i trafficanti, compresa la guardia costiera libica. Questa ha avanzato concetti simili nelle comunicazioni radio scambiate con l’equipaggio della nostra nave Golfo Azzurro prima dei colpi sparati in aria perché si allontanasse dalle loro coste (il lecchese vi si trovava imbarcato la settimana precedente, ndr.) pochi giorni fa. Sembra un disegno per togliere di mezzo le Ong, ma sono accuse mai dimostrate da nessuno: commissioni di inchiesta e procure non hanno mai provato nulla. Però nessuno si preoccupa della mancanza assoluta di un progetto di salvataggio in mare e della difesa dei diritti umani in Libia».

Secondo il capomissione di Proactiva Open Arms, le accuse rivolte alle Ong sono «pretenziose. Se ci sono migranti che dormono per strada a Roma non può essere colpa nostra. Siamo coscienti che in Italia ci sono problemi seri, ma è perché l’Europa le ha girato le spalle. Per noi,Di Maio e compagnia possono dire quello che vogliono: non abbiamo energie da sprecare per correre dietro alle loro dichiarazioni. Noi ci spendiamo per evitare che queste persone muoiano. Chiediamo la tutela dei diritti umani e del diritto alla vita. L’altro giorno abbiamo recuperato 40 uomini e donne violentati, tutti. Per non parlare di quanti invece troviamo già morti. L’Unione europea deve chiudere ogni trattato che blocchi la fuga di queste persone in mare».

La Ong spagnola è una di quelle che hanno firmato il codice Minniti, non senza essersi lamentata preventivamente per i punti considerati ambigui. «In alcune parti il testo è stato modificato anche grazie alla nostra posizione, ma la nostra firma vuole essere soprattutto un atto di fiducia nei confronti del Governo italiano, che vorremmo stimolare a continuare a migliorare il coordinamento con le Ong tutte. In ogni caso, nessun codice potrà mai surclassare il diritto internazionale per il salvataggio in mare e sui rifugiati. Su questo siamo molto tranquilli».

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