Civate. I 20 della Fiskars  «Non sapevamo della chiusura»
La sede di Civate è già stata messa in vendita. La direzione e cinque impiegati trasferiti ad Agrate

Civate. I 20 della Fiskars

«Non sapevamo della chiusura»

L’assemblea nell’azienda passata da duecento dipendenti allo smantellamento: «Non ce l’aspettavamo, siamo ancora sotto choc»

Primo giorno di lavoro, ieri alla Fiskars, dopo quelli di sciopero e di mobilitazione contro i licenziamenti che significano in pratica lo smantellamento definitivo dell’azienda di coltelleria e attrezzatura da giardinaggio.

Già, tra l’altro, la sede civatese della multinazionale finlandese era diventata semplicemente un ufficio commerciale, visto che la produzione era stata interrotta tre anni fa e portata all’estero, lasciando a casa la componente operaia. Di operai, nel capannone affacciato sulla superstrada, non ce ne sono più: rimangono soltanto 19 impiegati (dei quali quattro interinali) e due dirigenti.

E, ora, anche l’ufficio commerciale sarà chiuso: nell’organico, dei 19 lavoratori rimarranno soltanto cinque persone che saranno trasferite ad Agrate Brianza all’interno del centro direzionale Colleoni. Ma anche sui cinque fortunati di questo giro di lotteria che li ha graziati grava l’interrogativo se il trasferimento sarà davvero in grado di garantire un futuro.

Ieri mattina, all’assemblea dei lavoratori, Rino Maisto della Fiom-Cgil – l’unica sigla sindacale presente – ha spiegato l’esito dell’incontro del giorno prima con la rappresentanza aziendale, ricevendo il mandato per continuare le trattative. Ma, se la disponibilità della multinazionale a discutere alcuni dettagli dell’operazione consente di confidare nel non ritrovarsi sul lastrico dalla sera alla mattina, la speranza è parola troppo grossa in questo frangente.

«Ormai c’è soltanto sfiducia» ci dicono al cancello dell’azienda i rappresentanti dei lavoratori, Fausto Garattini e Donatella Micheli. Lui, in questa fabbrica lavora da 16 anni. Per lei, mamma di tre figli, quest’anno sarebbero 27, è ancora il suo primo posto di lavoro: una vita professionale trascorsa interamente a lì dentro. E sarebbe, lei, una delle fortunate che andrà ad Agrate Brianza. Ma lo stato d’animo resta “terribile”, «anche perché non ci danno progetti e da anni assistiamo alla decadenza continua di questa azienda» che nei tempi d’oro dava lavoro (nei vari stabilimenti (Premana, Casargo, Valmadrera, Civate e anche Acqui Terme) a 210 persone.

«Dal 2008 – ci dicono i rappresentanti della rsu – ci hanno presentato più volte piani di rilancio che poi non si sono realizzati. A poco a poco, invece, è si è arrivati a questo, cominciando con la chiusura della fabbrica».

E così nemmeno dieci anni dopo il passaggio dell’azienda alla multinazionale svedese gli ultimi 19 impiegati rimasti debbono ormai fare le valigie: «Il fatto è che è stato un fulmine a ciel sereno. Abbiamo avuto diversi incontri con l’azienda e mai ci era stato prospettato nulla di tutto questo. Finché, il 3 maggio ci è stato presentato il piano per il licenziamento collettivo senza preavviso. Non ce l’aspettavamo. Nessuno aveva sospettato nulla e nessuno quindi si era messo alla ricerca di un’alternativa. Siamo ancora tutti sotto choc».

Età media sopra i 40 anni e molti dei 19 rimasti sono in azienda anche da più di 30 e quindi con radici ormai profonde, per cinque o sei questo stipendio rappresenta l’unico reddito famigliare. E adesso, la prospettiva di restare senza occupazione che, di questi tempi, assume i contorni del baratro.

Sui vetri del terzo piano del capannone campeggia già il cartello di messa in vendita: di quei locali, ma presto dell’intero stabile. E si va così a chiudersi un’altra esperienza che è stata storica nel panorama industriale della nostra provincia e che ancora pochissimi anni fa sembrava avesse orizzonti vasti e sereni.

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