Sotto il cielo

un povero uomo

In una pagina memorabile di “Morte a credito” - capolavoro nel quale il più maledetto e destabilizzante scrittore del Novecento spinge all’estremo l’impasto linguistico di argot e citazioni auliche, annegandolo in un caos fluido, magmatico, depravato, urlante di iperboli ed ellissi - Louis Ferdinand Cèline descrive l’abisso che separa il mistero dell’immensità dell’universo dalla vita di noi infimi e schifosissimi esseri umani.

In quel passaggio, Courtial de Pereires, scienziato eccentrico, visionario e clamorosamente cialtrone, sommerge il protagonista del romanzo, Ferdinand Bardamu, celebre alter ego di Cèline, con il consueto diluvio senza tregua di parole ed eccessi, contestandogli la sua totale incomprensione dell’eternità: «La terra prosegue… Come? Perché? Sconcertante miracolo! Il suo periplo… straordinariamente misterioso… verso una meta immensamente imprevedibile… in un cielo tutto abbagliante di comete… tutte sconosciute… da un giramento all’altro… e di cui ogni secondo è il compimento ma anche preludio di una eternità d’altri miracoli… d’impenetrabili prodigi, a miriadi! Ferdinand! Milioni! Miliardi di trilioni d’anni… e tu? che fai, tu nel cuore d’un tal volteggio cosmologico? Del grande sgomento sidereo? Eh? Tu sbafi! Inghiottisci! Ronfi! Te la spassi!... Già! Insalata! Gruviera! Raperonzoli! Tutto! Sguazzi nel tuo brago! Ti ci avvoltoli! Lardellato! Tronfio passi attraverso le stelle… come attraverso acqua di maggio! Ma pensi davvero che ciò possa durare in eterno?...»

Che genio. Che prosa martellante che scava fino alle radici del nichilismo, alle sorgenti della disperazione dell’uomo contemporaneo, che viaggia fino al termine della notte di un’umanità ignobile, lurida, mai all’altezza del suo destino e che mai e poi mai riesce a elevarsi dallo stato bruto e brutale dei bisogni primigeni.

E quel nodo colto dall’iracondo autore francese permane anche oggi, ripensando all’annuncio, oggettivamente clamoroso, dato qualche giorno fa dalla Nasa della scoperta di un sistema di sette pianeti, più o meno delle dimensioni della Terra, nel quale è probabile la presenza di oceani di acqua liquida. E quindi di vita. Vita aliena.

Sono notizie che ti immergono in dimensioni altre: quaranta anni luce di distanza da noi, 235 trilioni di miglia da percorrere per raggiungerla, la certezza che là fuori si nascondano centinaia di miliardi - centinaia di miliardi! - di altri mondi ovattati in interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete.

Beh, come si fa a restare indifferenti di fronte a una cosa del genere? Come non cambiare completamente le priorità, le gerarchie del vivere quotidiano? Come non porsi le inesorabili e immutabili domande ultime? E così è, in effetti.

E pensi e ripensi e mediti e cogiti sul senso di tutto questo baraccone, di tutta questa commedia e su quanto avesse ragione Pascal quando si interrogava su come l’uomo sperimenti lo sgomento di fronte all’infinitamente piccolo e all’infinitamente grande. E questo dovrebbe spingerti a chiederti tutti i giorni che il buon Dio manda in terra chi muova le remote cose e se esista un’intelligenza superiore e caritatevole e come si possa non essere tutti infelici. Ah sì, così sarebbe bello.

E invece niente. Passati pochi minuti, il richiamo della foresta ti trascina di nuovo dentro di sé. La costellazione dell’Acquario ti traguarda da distanze incalcolabili e tu, beota, te ne freghi, magni e bevi e rumini e trangugi e ti abboffi e mastichi e ciancichi con il crapone nel piatto e l’occhio bovino e ti ingozzi e slurpi e sbafi a quattro ganasce e te ne freghi delle armonie siderali e della volta celeste perché sei tutto preso a straviziare, snasare, snariciare, sgasare e ingurgitare ed evacuare e ingurgitare di nuovo per evacuare un’altra volta ancora.

Non c’è vita aliena che tenga, né fascinazione del non essere soli nell’universo né del cielo stellato sopra di te e tanto meno, figurarsi, della legge morale dentro di te: sei troppo preso a brigare e trescare e avvelenare i pozzi, tutto verdognolo, giallognolo e invidioso, schifoso e neghittoso, a scansare le responsabilità e scaricare il barile, a servire polpette avvelenate, perché non è colpa mia ed è sempre e comunque colpa di qualcun altro e io non c’ero e se c’ero dormivo e se dormivo sognavo di non esserci. E della nana rossa che forse dà la vita ad altri noi - buoni? feroci? ottusi? cervelloni? - a cento milioni di anni di distanza ce ne sbattiamo, la nostra capacità di concentrazione è la stessa riservata ai cortei dei funerali, con i parenti stretti disperati in testa, gli amici attoniti a seguire, il ventre molle di quelli che non possono non esserci ma che già sbirciano l’orologio perché devono andare a fare la spesa e, in coda, gli sfaccendati e i chiacchieroni che berciano sul rigorino che, dai e dai, alla Juve alla fine lo danno sempre e sul caro estinto che, per carità, sarà anche stata una brava persona e che però aveva fatto carriera solo perché era pappa e ciccia con quelli là.

Non ce la fanno i nuovi mondi a migliorarci. Né il magnetismo della Via Lattea, la magia delle polveri di stelle o l’incombere dei monoliti di Kubrick. Niente da fare. Le Pimplèe fan lieti di loro canto i deserti? Le Muse siedono custodi dei sepolcri? Il cenere sei e cenere ritornerai? La volta astrale che urla il suo significato? La luna indifferente figlia di una natura matrigna? O, invece, un Dio nascosto e silente, ma che tutto vede, tutto giudica e tutti ama?

Macché. Sempre pronti al peggio, servi con i potenti, arroganti con gli inermi, virtuosi del calcio dell’asino, scaccini della morale, pronti a piroettare e saltabeccare e mugolare e cinguettare e pigolare e slinguare se incroci il vice responsabile della macchinetta del caffè e, invece, a maramaldeggiare sull’ultimo degli stagisti, tutti diritti niente doveri, solo arraffare niente condividere.

Che brutte persone. Ma perché siamo così? Che qualcuno cacci un urlo al cielo, per favore.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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