Ritratto dell’Italia

ferma al semaforo

Il richiamo della foresta. L’autobiografia della nazione. L’album di famiglia. L’eterno ritorno del sempre uguale.

Rovistando tra l’innumerevole fuffa che da giorni sta ammorbando il dibattito post referendario orchestrato da noi scienziati della comunicazione - e che si sviluppa così: tutti quelli che prima dipingevano il premier come il nuovo Churchill, adesso lo sputacchiano come il fratello scemo di Razzi - è spuntata una riflessione acutissima firmata da Giuliano Ferrara su “Il Foglio”. In pochi passaggi vengono riassunti in modo esemplare gli ultimi trent’anni di storia politica, che si basano su un punto fermo della natura, della cultura, dell’antropologia, del modo di essere e di stare al mondo di noi italiani. L’indisponibilità al cambiamento. La certezza di non uscire mai e poi mai dallo schema fissato nella notte dei tempi. La volontà adamantina di non rinunciare e non mettere assolutamente mai in gioco l’articolato disposto delle garanzie protettive che informano ogni ambito della nostra società. E su questo scoglio, su questa rocca di Gibilterra, sono andate in frantumi le velleità “rivoluzionarie” di politici geniali, ambigui e pasticcioni come Craxi, Berlusconi e Renzi.

Ora, giusto per stare lontani dalla canea demagogica e già preelettorale che monta da ogni parte, dalla spuma degli insulti e dal becerume dell’analfabetismo digitale, il punto non è tanto la bontà o meno dei progetti di riforma della politica e delle istituzioni incardinati dai tre leader più adulati e odiati delle recenti stagioni, ma quanto l’italiano rigetti a prescindere ogni strappo alle regole del gioco. Alle solite, trite e ritrite regole del gioco. Che non funzionano, visto che il gioco è sempre rotto, e mai funzioneranno, perché covano dentro di sé il morbo del loro insuccesso. Ma che comunque niente e nessuno vuole toccare.

È un sistema omeostatico che non tollera cambiamenti, ma che vuole pervicacemente galleggiare nella melma dello status quo. Delle liturgie quirinalizie, delle verifiche, della sfilata grottesca delle venti sconosciute delegazioni per riferire a Mattarella valutazioni fondamentali sulla soluzione della crisi, le leggine, i decreti omnibus, il taglia e cuci, il troncare e sopire, la cooperazione, la lottizzazione, il Cencelli, la relazione amicale, il consociativismo, il familismo amorale, le partecipate, le controllate, le municipalizzate, le nazionalizzate, i distacchi sindacali, il posto fisso, il posto garantito, il posto a prescindere, le prepensioni, le pensioni, le pensioni anticipate, la cultura della quiescenza, della senescenza. Insomma, tutta quella Panthalassa che è nostra come di nessuno mai, che ci innerva, ci forma, ci plasma dagli anni delle scuole fino a quelli dell’età adulta e che si concentra in un’unica potentissima metafora. Questo è il paese dove non c’è mai uno che vince e uno che perde, perché qui alla fine ci si mette tutti d’accordo. Punto.

E la notazione più significativa è che sono gli stessi leader pseudo rivoluzionari, quelli che avrebbero dovuto o avrebbero voluto e invece hanno solo millantato di prendere questa repubblica delle banane e rivoltarla come un calzino bucato, ad essersi rivelati più italiani degli italiani che volevano o pensavano o millantavano di forgiare. Dando così ragione a un altro arci italiano come Mussolini (lo si può citare accostandolo a quei tre?) quando commentava, amarissimo, che illudersi di cambiare gli italiani non è impossibile, è inutile. Perché sono stati proprio loro a un certo punto della loro avventura, partita rigogliosa di promesse e di nuovi scenari - la rottura della soffocante egemonia del Pci nella sinistra italiana, lo spariglio neoliberista dopo il crollo della prima Repubblica, la rottamazione non solo di dirigenti vetusti ma di un modo di fare politica – sono implosi nella palude dell’arroganza, della corruzione, del trasformismo, delle mance elettorali, del riciclaggio degli impresentabili, dei capi bastone, delle salmerie. Insomma, italiani tanto quanto quelli che volevano trasfigurare. Che contrappasso.

Ma non è neppure questo il cuore della vicenda. I contenuti di quelle riforme - spesso pessimi - non contano: gli italiani vogliono rimanere lì dove sono e basta. Tanto è vero che la tanto idolatrata e palingenetica rivoluzione di Manipulite non l’ha fatta la politica, ma la magistratura, e senza il formidabile sferragliare di manette (in larga parte sacrosante, in altra parte no) saremmo ancora oggi al proporzionale e ai partiti pre 1992. E tutta l’avventura circense del maggioritario all’italiana di questi vent’anni non fa altro che dimostrare che noi non vogliamo stare di qua o di là, ma belli piantati nel mezzo. Fermi. Immobili. Proprio come il Prodi-semaforo della straordinaria imitazione di quel genio di Corrado Guzzanti (altro che Crozza…).

Ma veramente crediamo che le masse siano state mosse dall’eroica volontà di difendere la Costituzione più bella del mondo? E il Senato garanzia di ogni presente e futura democrazia? O per respingere un’autoritaria, totalitaria, ducesca riforma istituzionale, che invece era semplicemente un’idea di buonsenso, trasformata in una schifezza scritta con i piedi da una classe dirigente toscana che non ha fatto manco le scuole dell’obbligo? La vera molla dell’assalto alla diligenza – al netto della oggettiva arroganza del bulletto di Rignano e del dramma della disoccupazione giovanile, che però è frutto di almeno vent’anni di assenza di statisti e di conseguente declino del paese, altro che il Jobs act – sta tutta nel rifiuto aprioristico di essere in futuro qualcos’altro da quello che si è. Impersonificato da una sinistra Pd che tanfa di statalismo e di sconfitte elettorali certe per i prossimi tre secoli e che nello scannamento sistematico dei suoi leader – tutti! – offre da sempre uno degli spettacoli più spassosi e granguignoleschi che si possano gustare in prima serata. Che partito di falliti. Gli servirebbe un Craxi.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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