Noi e Laika: il mistero

è l’uomo non il cane

E così, il 3 novembre 1957, prima di consegnarla alla storia e alla morte, l’addestratrice di Laika, Adilya Kotovskaya, pianse. E le chiese perdono mentre accarezzava per l’ultima volta quella cagnetta meticcia trovata per le strade di Mosca e destinata a essere lanciata nello spazio con lo Sputnik.

L’episodio è celeberrimo. Il racconto della donna, oggi novantenne, commovente. Intensissimo. Tocca corde segrete, riposte, sensibilità insospettabili, fragilità ben ovattate dentro le nostre corazze esistenziali, quando ricorda tutti i test di adattamento a luoghi fisici inospitali e compressi cui furono sottoposti molti cani e soprattutto quando descrive come il cuore di Laika già durante il decollo battesse tre volte più del normale, per rallentare solo quando il razzo entrò in orbita. Aveva paura. La sua morte non fu causata dal veleno messo nel cibo per alleviarne le sofferenze - ai tempi erano viaggi senza ritorno - come invece sostenne per anni la propaganda sovietica: Laika morì dopo poche ore di volo per la disidratazione causata dalla temperatura altissima prodottasi nella navicella, che il 14 aprile 1958 andò completamente distrutta durante il rientro, incenerendo il corpicino.

Ora, al di là delle polemiche sull’utilità o meno di quell’esperimento, quello che colpisce in questi casi è sempre il tema del dolore. Il suo valore. La sua cognizione. La sua dignità. Un essere vivente è un essere vivente in quanto prova dolore. È questo il grande abbraccio universale che ci unisce tutti, a qualsiasi razza, specie o categoria si appartenga. E il pensiero di aver scelto un animale indifeso, inerme e inconsapevole e di averlo scientemente destinato alla morte è un pensiero che può dare davvero il tormento. Perché? Con quale diritto? Per quale bene superiore? Pensiamo di essere Dio, forse?

È un grande tema, che non va involgarito con i litigi da bar tra carnivori e vegani o tra animalisti e cacciatori. Quella è fuffa che non serve a nulla, non aiuta a comprendere. Qui il tema è capire perché la morte di un animale - soprattutto di un cane, animale da compagnia per eccellenza - assuma un rilievo così sproporzionato rispetto al valore oggettivo. Altrimenti non saremmo ancora qui ad accapigliarci dopo sessant’anni per la sorte di Laika. Sarebbe tutto più facile: quello è una bestia, io sono un uomo. Fine della storia.

E invece c’è qualcosa di profondo, di potente, lì sotto. Qualche anno fa un sondaggio individuò in “Hachiko” - il racconto della storia vera del cane che per dieci anni andò tutti i giorni ad attendere invano il suo padrone, morto improvvisamente, alla stazione dove prendeva il treno - il film che in assoluto faceva più piangere gli uomini.

Tanti anni fa Curzio Malaparte dedicò alcune pagine memorabili, strazianti, insostenibili al suo cane - Febo - finito sotto i ferri della vivisezione e al suo sguardo che incrocia quello dello scrittore. Lo sguardo di Cristo crocifisso. E si potrebbero fare tanti altri esempi, che ci fanno intuire che quello di miracoloso che c’è nel rapporto tra uomo e animale è la coscienza che esista almeno un essere al mondo, un solo essere nell’universo, che non ti tradisce. E che quell’essere è il tuo cane. Tutti possono tradire. Tutti. Tutti davvero. Per mille motivi, per mille colpe, per mille debolezze. Un cane no. Per lui sei sempre tu, ricco, povero, alto, basso, giovane, vecchio, trionfante, fallito, intelligente, ottuso, laido, specchiato, querulo, ridanciano. Non importa, non conta quello che hai, quello che fai, quello che dici. Sei tu quello che conta, a dispetto di tutto. Non esiste un essere umano che possa donare la propria vita e la propria fedeltà in modo così totale, assoluto, gratuito. Non è così?

Ed è proprio qui, allora, che alligna la tentazione più insinuante. Quella di ritenere gli animali degni di uno status superiore a quello degli uomini. Durante una trasmissione televisiva nazionalpopolare che ricordava appunto il sacrificio di Laika, tra pianti e lucciconi in larga parte giustificati, il sentimento comune era proprio quello dell’intollerabilità dell’esperimento dei sovietici, del crimine ordito dagli scienziati - allora con lei, oggi con i test di laboratorio e tutto il resto - al punto che dire che quello è stato un passaggio doloroso per la conquista dello spazio e il progresso della scienza è considerata una bestemmia, un discorso immorale, una sevizia contro natura. È una grande tentazione. E col passare degli anni e l’approfondirsi dell’esperienza degli uomini, quasi una verità. Però non può essere così. Non deve essere così. Non è questo il senso del nostro stare al mondo.

In una pagina terribile di “Antichi maestri” del grande scrittore austriaco Thomas Bernhard, il protagonista non si capacita che l’umanità possa essere così ignobile e infima e doppia e falsa e deludente e come anche tutto quello che di meglio, di perfetto abbia prodotto nei secoli - arte, letteratura, filosofia - si riveli del tutto inutile, risibile, grottesco quando vieni messo di fronte alle vere tragedie della vita: la morte improvvisa della moglie. Ecco, in quel momento, gli antichi maestri non servono a nulla, gli uomini non fanno sperare in nulla e allora il protagonista si affaccia alla finestra sperando che esista un’altra umanità, migliore, più saggia, più caritatevole. Ma lì sotto un’altra umanità non c’è. Non c’è mai stata né mai ci sarà.

È questo il pane duro che bisogna rosicchiare tutti i giorni, questa la feccia da filtrare con pazienza per trovare qualche grumo di speranza, questo il calvario sfibrante contro il peggio degli altri e il peggio di te stesso. Il resto è fuga dalla realtà. I cani - da Argo a Febo a Laika - sono esseri troppo perfetti per poterli scegliere come compagni di vita. Troppo facile. È con gli uomini che bisogna giocarsi la partita, soprattutto quando si sa che il mondo è un inferno popolato da anime tormentate e da demoni. Sono gli uomini il grande mistero, non i cani.

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