’Ndrangheta tra noi

E i politici concionano

Quelli che i terroristi e i fondamentalisti e gli islamisti e l’invasione e la sottomissione e la coranizzazione e la scabbia e le zecche e la lebbra e la peste bubbonica e l’Isis e Al Qaeda e Bin Laden e giù le mani dalla nostre donne e giù le mani dalle nostre case popolari e l’orgoglio dell’Occidente e mai una moschea mai e poi mai e camèl barcheta e te turnet a ca’ e ruspe e muri e fili spinati e spara al negro e dagli al turbante e bla bla bla. Ma anche quelli che l’accoglienza a tutti e porte aperte a tutti e i bianchi brutti, sporchi e cattivi e le multinazionali e il padronato e la trilaterale e il mondialismo e l’antagonismo e l’antifascismo e il benaltrismo e le lezioncine di doppia morale in terrazza agli italioti destrorsi antropologicamente inferiori con le loro fabbrichette così volgari e bla bla bla. E mentre tutti questi intelligentoni, questi scienziati, questi professori, questi statisti concionavano di massimi sistemi e ululavano ai comizi e sui giornali, Tony Soprano faceva i suoi porci comodi in casa nostra e nessuno se ne era accorto. Chissà perché?

Il dato veramente sconvolgente - anzi, sconvolgente se questi non li conoscessimo, ma qui siamo solo all’ennesima conferma di quello che già sapevamo - della retata anti ‘ndrangheta a Cantù e in Brianza è proprio questo. Il distacco clamoroso, plateale, addirittura grottesco, tra le parole, i sermoni, le chiacchiere e i distintivi di larga parte della nostra classe politica (non tutta, ma buona parte sì) e la realtà effettuale. Perché quando la realtà arriva, con le sue fredde ali, le fanfaluche dei cervelloni scompaiono come nebbia del mattino togliendo il velo dalle nequizie della nostra terra desolata. E quando vedi che la piazza principale, il cuore di Cantù, è in mano alla criminalità organizzata, radicatissima anche in altre aree vicine, capisci che ci sono solo tre modi per valutare un politico o un amministratore. O sapeva e si è messo d’accordo con le cosche sulla base del pacchetto di voti in cambio di favori e appalti, e allora è un delinquente. O sapeva e ha girato la faccia, e allora è un vigliacco. O non sapeva perché non si era accorto di nulla, e allora è un pirla. E ovviamente la terza è la peggiore delle ipotesi, perché un delinquente o un vigliacco magari un giorno si potrà redimere, un pirla sarà un pirla per sempre. Questo non vuol dire che tutti siano così - perché non è vero che tutti sono così, e tanti ne abbiamo, di politici e amministratori, onesti e coraggiosi -, ma è di questi, di questi tanti, di questa maggioranza che stiamo parlando. E sono quelli a cui noi - colpa nostra! - abbiamo delegato il governo delle nostre città e dei nostri paesi.

Quanta retorica è stata sparsa a piene mani sulla priorità dei territori, sulla tutela dei territori, sulla difesa e il controllo dei territori, su quanto ci si sarebbe impegnati a lavorare pancia a terra tutti coesi, adesi e protesi nel segno di una sana lobby territoriale che pensasse al futuro al di là degli steccati e tutto il resto delle fregnacce che ci ammanniscono a ogni benedetta tornata elettorale? E poi invece nessuno riflette su bar e ristoranti che cambiano continuamente di proprietario, locali che si riempiono e si svuotano all’improvviso, gente che mena e spara in piazza. Forse perché si è troppo impegnati a fare altro. A passare le ore e i giorni e le settimane a scimmiottare i politici nazionali sulle orde migratorie e i barconi pullulanti di terroristi da una parte e sulle contraddizioni del capitalismo globalizzato e le condizioni dei contadini del Chiapas dall’altra. Ma di cosa parlano? Di cosa blaterano? Che c’entra tutto questo con noi? Non sanno niente e parlano di tutto, parlano di tutto e non sanno niente: questa è la verità.

E non è finita. Perché dobbiamo pure beccarci quelli che - dopo il terzo giro di bianchi in fiaschetteria - vengono a dire che insomma, che esagerazione, mica siamo a Gomorra, si tratta solo di quattro bulletti di periferia, ma quale ‘ndrangheta, ma quale emergenza, in fondo sono ragazzi, mentre la moschea sì che è un pericolo immanente sulla civiltà del Canturino. Tutto vero. Ci sono anche personaggi di questo calibro sugli scranni comunali, così come, sull’altra sponda, ci sono quelli che sostengono tutti tronfi e saputi che non è vero che i migranti ammassati fuori delle stazioni e nei giardinetti siano un problema di ordine pubblico. Tutta gente, questi e quelli, che in un paese normale verrebbe buttata fuori dal proprio partito a pedate nel sedere e che qui invece sdottoreggia con il ditino alzato. Chissà perché?

E allora consigliamo a questi De Gasperi 4.0 della Terza Repubblica di prendersi la raccolta de “La Provincia”, non solo quella di questi giorni, ma quella di questi ultimi quindici anni, e di leggersi tutto il lavoro di cronaca, di approfondimento e di inchiesta fatto con scrupolo e coscienza civica dai nostri neristi e giudiziaristi - che su questo tema possono dare tranquillamente lezioni di giornalismo a svariati drappelli di tromboni e ganimedi dei giornaloni nazionali - e farsi un’idea di quello che è successo qui, nella nostra terra, in questi lustri. E di come le cosche si siano radicate in mezzo ai soldi e alle imprese, come abbiano commissariato una politica imbelle, vigliacca e succube nella capacità di offrire protezione, lavoro e credito e con quanta fatica, quanto coraggio e, per fortuna, quanti risultati positivi le forze dell’ordine e la magistratura stiano cercando di asciugare l’acqua nella quale nuotano le decine di boss della Brianza velenosa.

Noi, nel nostro piccolo, il controllo del territorio e la sentinella su quello che accade di buono e di brutto li facciamo tutti i giorni. Loro si diano una svegliata, la smettano di coprirsi di ridicolo sui social, si mettano a studiare e stilino finalmente l’agenda delle priorità. E quella della malavita - quella italiana, autoctona, padrona a casa nostra – è la numero uno. Altro che imam, moschee e scimitarre.

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