Lo Sciopero del venerdì

certezza italiana

Certo, la prospettiva di essere ridotti alla fame dalla rivoluzione digitale che delegherà tutto il lavoro ai robot, costringendoci a vivere di questue ed espedienti, oltre a quella di venire colonizzati e sottomessi dalle scimitarre dei terroristi islamici e, giusto per finire, essere inceneriti dai bisticci nucleari del coreano e di ciuffettone, è una cosa davvero tremenda. Ma, insomma, nella vita c’è pure di peggio. Mai stati a pranzo con un sindacalista?

É bello avere delle certezze, in questi tempi bui e perigliosi. Delle sicurezze a cui appigliarsi. E fra queste, il vero totem, il vero monolito, il vero a priori, motore immobile dello stare al mondo nella nostra meravigliosa repubblica delle banane è lo sciopero del venerdì. Ah, lo sciopero del venerdì. Lo sciopero di tutti i venerdì. Lo sciopero ogni venerdì. Grazie a Dio, ecco lo sciopero del venerdì. Biografia della nazione. Album di famiglia. Metafora di noi italiani pittoreschi che, guarda un po’, ci ricordiamo sempre e ovunque di lottare e rivendicare e scamiciare e sbraitare per i nostri santi e sacrosanti e intoccabili e intangibili diritti (per i nostri doveri, invece, mai…) e che però lo facciamo sempre, con quel pizzico di virulenza in più, di venerdì. E chissà perché e chissà come mai e chissà da dove sboccia questa curiosa coincidenza, che i meglio cervelloni dei rappresentanti sindacali motivano con le dinamiche della sciarada, dell’astrologia, dell’ermeneutica e delle previsioni del tempo, fugando sdegnati il dubbio che gorgoglia nelle menti di noi popolo bue e cioè che lo sciopero del venerdì sia concepito per coniugare con la democratica, proletaria e antifascista protesta contro il padronato l’altrettanto democratico, proletario e antifascista ponte del finesettimana. Malizie.

Ma c’è poco da fare gli spiritosi. L’esplosione degli scioperi del weekend è un prodotto degli ultimi anni, manifestazione mefitica dello smarrimento del mondo sindacale, sbriciolatosi in un’infinità di sigle e siglette assolutamente minoritarie e scarsamente rappresentative, che però sono in grado di gettare nel caos intere città solo con la minaccia o l’abbozzo di un’astensione dal lavoro nei servizi pubblici. Le motivazioni? Vanno tutte bene. Jobs act, pensioni, manovra, contratti, pale eoliche, politica estera del Venezuela, carburatori del Garelli, cottura dell’astice alla catalana, legge Merlin: c’è sempre un buon motivo per lasciare gli italiani a piedi. Le adesioni effettive? Magari pochissime, ma la grancassa del mero annuncio - e su questo il ruolo dei social è diventato devastante - permette a soggetti semisconosciuti di ottenere un’altissima visibilità e il raggiungimento dell’obiettivo.

È il bello della disintermediazione. Nel momento in cui i sindacati tradizionali sono stati travolti dalla modernità, bella o brutta che fosse, non sono stati più capaci - e neppure hanno voluto - di adeguare le proprie competenze, le proprie strategie, la propria cultura alle esigenze di un mondo del lavoro nuovo, di una società che andava rapidamente modellandosi secondo schemi del tutto altri rispetto alle vecchie gabbie concettuali che sono andate bene dal dopoguerra agli anni Ottanta. È quello il momento decisivo. Perché proprio lì, con l’esplosione dei fenomeni dei Cobas, si è creata la prima frattura con il “regime” della triplice. E la sconfitta degli organismi di rappresentanza è maturata nell’arrocco sulla difesa dell’esistente, il rifugio nel bunker, la retorica ossianica dei bei tempi andati, la deriva veteroideologica e demagogica che ha infilato ancora di più il sindacato dentro un orizzonte tutto politico, legato a filo doppio con i partiti più passatisti e trinariciuti nella difesa di diritti acquisiti da sempre e per sempre per categorie protette da sempre e per sempre - dipendenti pubblici e pensionati - e abbandonando così al proprio destino le nuove generazioni, vittime inermi di una globalizzazione che è una bella cosa, ma molto spesso anche no. Guardate quanti sono i giovani iscritti ai sindacati e avrete la risposta.

E abbandonando al proprio destino i cittadini, di cui notoriamente non si occupa mai nessuno - né i partiti, che li corteggiano solo quando sono a caccia di voti, né i sindacati, appunto, a cui ormai ci si rivolge solo per la dichiarazione dei redditi e le vacanze con lo sconto – e che devono subire le angherie di minoranze irresponsabili e non perseguibili quando devono andare al lavoro o a scuola o all’università. Perché questo problema non è stato risolto? Perché il settore non viene normato per farlo finalmente uscire dalla legge della taiga? Perché la politica, come al solito, vigliaccamente tace e i sindacati più importanti hanno sempre ben altre priorità da risolvere? Perché non viene imposto a tutte le sigle un numero minimo di iscritti per poter esistere e avere diritto di interlocuzione con il governo? Perché non si introduce l’obbligo per i lavoratori che intendono aderire a uno sciopero di comunicarlo diversi giorni prima al datore di lavoro, così da sapere quali e quanti servizi si potranno garantire? Perché non diventa vincolante l’obbligo per tutte le sigle sindacali di comunicare con largo anticipo al garante l’eventuale revoca? Perché succede pure questo. Si annuncia lo sciopero, si crea il caos in mezza Italia e poi ci si ripensa all’ultimo minuto. Il panico tra i cittadini è assicurato, ma lo stipendio lo si prende lo stesso. Statisti.

Nessuno rappresenta più nessuno, questo è quanto. La libertà è diventata licenza. La pulsione microcorporativa, dittatura dei pochi - pochi e del tutto squalificati - sui tantissimi. L’inviolabile diritto allo sciopero, un’arma spuntata che crea tanti danni agli utenti e nessun vantaggio ai lavoratori. Ci vorrebbe un minimo di coraggio e un sussulto di dignità per uscire dalla logica del ricatto e per cambiare le cose. Ma non cambia mai niente, in questo paese di piagnoni, commissari tecnici della Nazionale e sindacalisti.

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