La scelta infelice

tra fessi e banditi

Dice il saggio che tra un ladro e un cretino è sempre meglio scegliere il primo. Il ladro magari un giorno avrà la forza di redimersi. Il cretino, invece, lo rimarrà per sempre.

È un’antica lezione, che si associa alla dimensione più consona al nostro paese che, per natura, per cultura, per geni, addirittura, non è in grado di reggere la dimensione tragica dell’esistenza, perché questa, passati pochi giorni, trascolora sempre e inesorabilmente nel grottesco. Nella storia recente ci sono state alcune eccezioni, come ad esempio gli anni del terrorismo e le fasi più buie di Tangentopoli, i due Vietnam della coscienza nazionale che, contrariamente a quanto accaduto negli Stati Uniti con quella guerra, nessuno, tranne la formidabile inchiesta televisiva di Sergio Zavoli, ha avuto la forza di raccontare e di trasporre in grandi romanzi, grandi film e grandi ricostruzioni e analisi storiche e giornalistiche. Sono presto diventate carne da macello della speculazione politica. Ma comunque, eccezioni. Per tutti gli altri casi, il dramma, la catastrofe, il disastro naturale, è stato quasi subito impregnato di quell’alone macchiettistico, quell’humus albertosordiano dentro il quale sbocciano rigogliosi i brutti ceffi, i palazzinari, i traffichini, i pagliacci, i pataccari, i tromboni, i camei felliniani, i caratteristi dell’arraffa arraffa, gli schettino, i corona, contornati da tutto il generone sorrentiniano, comparse di quella commedia umana che fa dell’Italia il meno evoluto dei paesi del Nord Africa o, forse ancor meglio, dell’America del Sud.

E anche in questo caso, nella patetica, ridicola, stupefacente vicenda giudiziaria della spaesata sindaca di Roma, non si è usciti dalla consolidatissima parte in commedia. Magari le ormai mitologiche otto ore di interrogatorio a Virginia Raggi avessero partorito la madre di tutte le tangenti, la maxi stecca, la prova provata di un diabolico, sulfureo, spietato piano parallelo di appropriazione del potere, grazie a un blitz ideato da una mente demoniaca e superiore che ha avuto la genialità di incanalare l’ira dei romani contro le malefatte - queste sì clamorose, schifose, reiterate e manifeste - dell’asse consociativo Pd-Forza Italia e salmerie aggregate per farlo fuori alle elezioni e poi, protetto dall’armatura del moralismo, del nuovismo, della superiorità antropologica e del mito dell’onestà-tà-tà, fregare ancor meglio gli elettori, rubarsi tutto e mangiarsi pure le gambe del tavolo. Magari. Avremmo avuto di fronte dei veri mascalzoni matricolati. Dei personaggi di rango. Dei profili alla Balzac. Qui, invece, che c’è di penale, almeno per ora? Che c’è di scandaloso? Soprattutto, che c’è di demoniaco? Niente. Zero. Nulla. C’è solo la vicenda vagamente pirandelliana - dopo “La patente” ora si potrebbe scrivere “La polizza” - che fa sghignazzare al solo pensare ai trentatremila euro transitati da Romeo a Raggi con causale “relazione sentimentale” e che scoperchia una volta ancora la vista su un mondo, diciamoci la verità, di poveretti, di derelitti, di cabarettisti, di scappati di casa, di stracciaculi, di traffichini di serie D, di gente da niente. E soprattutto di incapaci, di inetti, di bugiardi, di pinocchi. Di stupidi. Che è la vera e forse unica cosa che davvero non gli si può perdonare.

Ora, è vero che al sistema di potere consolidato dei soliti noti - e che include ovviamente gran parte dell’informazione nazionale - non sembra vero di maramaldeggiare sulle figuracce della giunta capitolina e di tutto il peggior grillismo parolaio, inetto e scooterato. Ed è anche vero che se lo stesso tempo che si passa a prendere a ceffoni la povera Virginia venisse anche dedicato alle clamorose porcherie che i partiti tradizionali combinano al nord, al centro e al sud, forse vivremmo in un paese un po’ più trasparente. Ma questo era da mettere nel conto. Nessuno molla l’osso se ce l’ha ancora tra i denti. Bisognava saperlo. E chi se la tira da fenomeno, da puro e diverso e alieno e integerrimo e trasparente e cristallino, baciato e incoronato dal dio dell’Internet, dall’aoristo digitale e dalla filosofia sempiterna e angelicata dell’uno vale uno, deve essere all’altezza di quello che promette, del ruolo che si è ritagliato e delle aspettative di milioni di elettori. I Cinque Stelle rappresentano il trenta per certo degli italiani. Tutti imbecilli? Tutti ottusi? Non è gente a cui è dovuto rispetto, innanzitutto dai propri rappresentanti? Questo rispetto dovrebbe impedire loro di mandare in ruoli centrali e complicatissimi delle nullità che non sanno di cosa stanno parlando, che niente conoscono e quindi di tutto blaterano e che non comprendono nemmeno l’abc della politica del mondo reale. E che sanno solo insistere e persistere nella teoria del complotto, del trappolone, della macchina del fango e del gossip, che magari pure c’è, ma che nulla toglie al vuoto pneumatico che sono loro.

La politica è un mestiere impervio, durissimo, che prevede plurime e approfondite competenze unite a un profondo pragmatismo e a una chiara concezione della realtà effettuale, del principio di realtà. Insomma, è una vera professione, checché se ne dica, che nulla ha a che fare con le pullmanate, le piazzate, le scamiciate, le girotondate, le canottierate e pure, forse la cosa peggiore di tutte, le webbate che cullano l’illusione, davvero patetica, che la rete sia la sorgente della nuova democrazia, quando invece spesso e volentieri rappresenta solo lo spurgo della peggiore fogna dei peggiori ubriachi da osteria.

Ed è tutto il tempo perso, gli anni buttati, le elezioni inutili, il costo più gravoso da pagare in una nazione che non riesce mai a uscire dalla palude, perché non può, perché in fondo non vuole, non ne ha né la tempra, né i talenti. E che, quindi, ogni volta si ritrova a dover affrontare il solito, melmoso dilemma. Dover scegliere tra i banditi e i fessi. E stiano pure sereni i Cinque Stelle: quella partita la vinceranno sempre i primi.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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