La ministra ignora

che la scuola non è una news

In una scena curiosamente pessima di “Ovosodo” - film ben fatto, intelligente, acutissimo nel tratteggiare i turbamenti di un adolescente della Livorno popolare e il fanfaronismo dei milionari radical chic che giocano alla rivoluzione con i soldi del papà - il protagonista affronta l’orale dell’esame di maturità.

E quando un professore gli contesta di essere andato completamente fuori tema nello scritto di italiano, nel quale definiva Carducci trombone, Pascoli stucchevole, Manzoni paternalista e D’Annunzio il peggiore di tutti, rivela alla commissione gli autori che hanno invece meritato il suo apprezzamento: “Ian McEwan, Benni, Pennac, i fumetti di Andrea Pazienza, il fantastico libro di Chatwin sulle vie dei canti e, soprattutto, la biografia di Nelson Mandela”. E Virzì confronta il purissimo entusiasmo giovanile del ragazzo rispetto alla bolsaggine di quella commissione di anziani, parrucconi, vecchi arnesi, preti autoritari, grigi ferrivecchi che non conoscono nulla dell’eroe del Sudafrica, persi tra i loro Sumeri, i loro Anassagora e i loro trovatori provenzali.

Che roba brutta. Che demagogia da retrobottega. Che patetico giovanilismo. Ma che un regista capace e sensibile come Virzì abbia incastonato dentro il suo film più riuscito una sequenza così fuori posto non è un incidente, quanto invece il segno plastico, cogente, di una cultura, molto di sinistra, molto post sessantottina, molto superficiale, che vive e vegeta e alligna ancora adesso nelle nostre scuole e in tanti nostri docenti. Per arrivare su su fino a nientepopodimeno che il ministro dell’Istruzione. Qualche giorno fa, infatti, durante un incontro con il parlamento degli studenti toscani, Valeria Fedeli ha condiviso la critica fatta dal presidente dei ragazzi su questa benedetta scuola italiana che gli fa studiare i babilonesi e che invece non gli dice nulla su quello che succede in Siria, e ha preso l’impegno solenne di modificare i programmi. Meno assiri e più attualità.

Applausi. La Fedeli ha fatto una cosa di sinistra. Il ministro - anzi, la ministra, perché se non la si chiama cosi, essendo lei una erede diretta delle gloriose gesta di Emmeline Pankhurst, si offende - non ha fatto altro che mettere un nuovo timbro su questo ridicolo spirito dei tempi, che vede la scuola come un allegato della cronaca, una roba che deve mettersi al passo con le news, signora mia, e buttarsi quindi anima e corpo sull’attualità. Ancora attualità. Sempre più attualità. Un po’ come ai tempi a lei cari, quando si occupavano le aule per sostituire la lezione di greco con le sedute di autocoscienza, l’ora di filosofia con il dibattito sulle doti taumaturgiche di Enver Hoxha, e quella di matematica con il teatro alternativo in calzamaglia. Anni d’oro. I cui frutti si possono gustare ancora oggi, grazie a una generazione di docenti sbocciata da quella formidabile palestra del pensiero, che valuta più una schitarrata in gita per fare condivisione alla conoscenza della grammatica e della sintassi e che ha sancito la scomparsa del congiuntivo dalla faccia della terra. E anche da parecchie tesi di laurea e da svariati articoli di giornale, soprattutto.

Montanelli, che forse un po’ di attualità se ne intendeva, asseriva che la scuola in ogni angolo del mondo produce sempre somari e lazzaroni, perché se uno non ha voglia di studiare non c’è niente da fare. Magari ne capirà con gli anni l’importanza. Però deve fare almeno due cose fondamentali: formare un carattere e dare un metodo. Da lì non si scappa. E il metodo di studio parte dalle basi, dal far capire cosa conta e cosa no, cosa va assolutamente impresso nella memoria e cosa invece è collaterale e che le basi della conoscenza (italiano, matematica, storia e geografia) sono imprescindibili per la comprensione di tutto e che nella storia antica e poi nel suo sviluppo tragico, spietato, avvolgente e spesso incomprensibile lungo i secoli ci sono tutte le ragioni che spiegano l’oggi. E se è così, allestire una seriosissima assemblea di classe sulla Siria senza sapere dove sia e perché abbia quei confini, quella cultura e quella religione è una sciocchezza che si può perdonare a dei ragazzini entusiasti (che invidia…), ma non a un ministro che dovrebbe avere il senso della lunga durata della storia e della conoscenza molto più di quella della sua poltrona.

La scuola non si deve occupare della contemporaneità perché a quella - come ricordato in un feroce corsivo di Mattia Feltri su “La Stampa” - devono pensarci tv e giornali, oltre a Internet, alle librerie e alle biblioteche. Il suo compito non è informare, ma formare e dimostrare che dentro i classici - siano romanzi, saggi storici o testi filosofici - c’è già tutto. Tutto. Tutte le pulsioni degli esseri umani, tutti i sentimenti, tutti gli abissi. Tutto. Amore, morte, odio, vendetta, potere, capriccio, foia, sacrificio, eroismo, vigliaccheria, tradimento, dissipazione, delitto, castigo, azzardo, redenzione. Tutto. Tutto davvero. E’ per questo motivo che sono classici. Perché il loro cielo è il nostro. I loro drammi, i nostri. I loro sogni, i nostri. Anche, e soprattutto, a duemila anni di distanza. E compresi lì, sono compresi per sempre. E ti aiutano a capire tutto quello che accade oggi. Dalla jihad ai social, dalla globalizzazione al quarto mondo.

La nostra scuola è sempre fuori posto, sempre sbagliata, sempre inadeguata, perché tenta di correre dietro ai tempi e questo non è certo colpa dei ragazzi, ma dei docenti. Anche perché, per tornare al tema del film, sul trombonismo di Carducci tutto sommato ci siamo, ma esibire come lettura decisiva per la formazione di un adolescente Pennac (sai che roba..) o Benni (sai che roba al cubo…) o il pur talentuoso Pazienza ci vuole un bel coraggio. C’è più contemporaneità in due righe di Tolstoj o di Pascal che in tutto il pattume giovanilista che intasa le nostre librerie e, spesso, i nostri programmi scolastici. Ci vorrebbe un ministro che lo dicesse. Ne conoscete uno, putacaso?

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