Il no fisso non darà

lavoro ai giovani

Alla metà degli anni Ottanta, nonostante l’Italia vivesse il suo secondo e ultimo boom economico, c’erano comunque delle famiglie con le pezze nel sedere. Chi scrive faceva parte di una di quelle, caso piuttosto raro nel rigoglioso e ricchissimo profondo nord, e quindi, per sbarcare il lunario e pagarsi gli studi universitari, era costretto a dividersi tra mille lavoretti.

Adesso, passati trent’anni e avviandosi verso una precoce bollitura, si ricorda di quel periodo con una certa nostalgia - “bei tempi”, “quanto ci si divertiva”, “qui una volta era tutta campagna” - ma non è vero niente: mettere insieme frequenza alle lezioni, studio e lavoro era un inferno quotidiano. Altro che Milano da bere: ogni occasione per portare a casa qualche lira andava ghermita con implacabile ferocia. Le ripetizioni (in nero) al figlio somaro di quello del piano di sopra. Le ripetizioni (in nero) alla figlia asina e pure brutta di quello del piano di sotto. Il taglio (in nero) tramite filo incandescente degli spallacci degli zaini da montagna dentro il garage dei genitori dell’amico del sabato sera. La consegna (in nero) delle rubriche del telefono per pagarsi le vacanze in Costa Brava. L’attacchinaggio (in nero) dei manifesti elettorali del partito della destra presentabile. Il volantinaggio (in nero) degli sproloqui elettorali della destra impresentabile. Lo scrutinaggio alle elezioni (questa volta non in nero, perché quelli metà del compenso se lo trattenevano subito alla fonte) per il partitone della sinistra di lotta e di governo. La raccolta (in nero) delle mele in Trentino. Lo zerbinaggio al servizio del barone della facoltà, non in nero perché lì si entrava trionfalmente nel magico mondo del lavoro gratuito, visto che è in questo modo che si forgiano le classi dirigenti intellettuali del Belpaese. E un’altra mezza dozzina di lavoretti multiformi, tenuti insieme da un unico comun denominatore. Il trionfo del sommerso.

Poi però, una volta entrato nel circo Barnum delle supplenze scolastiche - finalmente pagate con regolare stipendio - uno si imbatteva in alcuni curiosi figuri che gli avrebbero fatto capire il perché dello stato sudamericano della nostra scuola, ma anche dell’anarchia illegale e sfruttatrice dei lavori di cui sopra. I sindacalisti. Beh, quelli erano personaggi pazzeschi, delle maschere, dei camei della commedia umana che sembravano saltati fuori da una sequenza di Fellini o di Monicelli o forse, ancor meglio, da una pagina di Cechov. Tu ponevi innocenti domande connesse alla realtà -“Che senso ha dare supplenze di un giorno? Non sarebbe meglio farle fare ai docenti di ruolo?”, “Perché qui dentro guadagnano tutti alla stessa maniera?”, “Perché quel lazzarone analfabeta del prof di filosofia non è stato ancora licenziato?”, “Perché entrano tutti per sanatoria e nessuno per concorso?” – e quelli ti fissavano come un entomologo avrebbe fatto un coleottero sotto la lente.

E poi partiva l’avanspettacolo . Eh, giovane collega, quante cose non sai della vita e ben altri sono i problemi ed è tutta colpa del capitalismo e del padronato e qui c’è un attacco alla sinistra, alla democrazia, all’eredità immortale delle lotte partigiane, del quindicidiciotto, del quarantotto, del sessantotto e fuori il profitto dalla scuola e basta mercificare il sapere e vietato vietare e il complottismo e il mondialismo e il cheguevarismo e l’eccebombismo e tutto il resto di quel cascame sociologico che volava troppo alto, tra un distacco sindacale e l’altro, per degnarsi di affrontare il mondo di noi antropologicamente inferiori.

Sono passati tre decenni e siamo sempre lì. Anzi, peggio. Perché nel frattempo il mondo è cambiato mille volte e questi - basta sentire le surreali parole d’ordine sul referendum su voucher e Jobs act - sono ancora fermi, immolati, impagliati e incartapecoriti sulla mitologia degli anni Settanta o forse no, su quella degli anni Cinquanta. Dell’Ottocento. La linea è adamantina. Dire no. Dire sempre no. Dire comunque no. E vagheggiare mondi iperurani dove tutti hanno il lavoro a tempo indeterminato a prescindere dal mercato, dalle loro capacità, dalla loro preparazione e, soprattutto, dalla loro voglia di sgobbare. Il diritto al posto di lavoro a prescindere, tanto dei doveri chissenefrega? E a ogni timida incursione della vita vera – “cerchiamo di normare i lavori occasionali per far emergere un po’ di nero” – non si risponde nel merito e facendo in modo di evitare gli abusi, ma sfoderando il meglio armamentario ideologico-demagogico sbobinato per mezzo secolo di piazzate, di scamiciate, di sbandierate, di scioperate, sempre di venerdì, di calate a Roma sul torpedone dei pensionati. Difendendo sempre l’indifendibile: “giù le mani dagli eroici compagni spazzacamini!”, “giù le mani dagli eroici compagni acquafrescai!!”, “giù le mani dagli eroici compagni salatori di aringhe!!!”, “giù le mani dagli eroici compagni manutentori di fax e cesellatori di batrachite!!!!”. Che poi quei lavori siano già spariti non è importante: la cosa fondamentale è tenere in piedi aziende decotte. Tanto poi paga Pantalone. Statisti.

Ora, lo capirebbe anche un bambino. Al di là dei voucher non c’è né il sol dell’avvenire, né il posto fisso di Checco Zalone o di Totò - “mille lire al mese, alloggio, vitto, lavatura, imbiancatura e stiratura” - né la nuova Iri. Al di là dei voucher c’è solo il nero. E che questi strumenti intelligenti e flessibili siano stati usati da tanti imprenditori banditi in maniera truffaldina la dice lunga su quanto i nostri politici scrivano le leggi con i piedi e non controllino nulla, non certo che non ce ne sia bisogno. Il referendum è solo politica, ma di serie B, anzi, di serie D, e non ha nulla a che fare con la difesa dei diritti veri dei lavoratori veri.

Sveglia, compagni, che siamo nel Tremila e urgono idee nuove per proteggere le legioni di giovani inermi che voi avete abbandonato nelle grinfie dei cialtroni e degli sfruttatori. Eh sì, qui ci vorrebbe proprio un sindacato…

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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