Che pena l’Italia

senza etica dello sport

Il 29 maggio 1985, chi scrive questo pezzo era comandante della guardia alla polveriera Cimabanche, sul passo montano a metà strada tra Dobbiaco e Cortina d’Ampezzo. Quello era il posto dove i colonnelli della caserma “Piave” spedivano i sottotenenti rompipalle, quelli che non tenevano la bocca chiusa e che, soprattutto, non sottostavano alle regole del nonnismo militare, molto più feroce tra gli ufficiali che nelle camerate dei soldati di leva. E proprio per questo, chi scrive si trovava lì una volta sì e l’altra pure, con il vantaggio però di prendere le 12mila lire al giorno in più per la missione e di avere il tempo per preparare gli esami universitari anche durante la naja, alla faccia dei vessatori e dei mobbizzatori con le stellette.

Bene, quella sera, finito il turno di guardia e il controllo del percorso di quattro chilometri in mezzo a una maestosa natura buzzatiana, tutta la truppa si assembrò davanti a un vecchio televisore in bianco e nero dal segnale traballante per vedere la finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus. C’era di tutto, in quella tavolata che raccoglieva ogni più bieco luogo comune, tic, birignao e visione del mondo del tipico maschio italiano medio: operai bresciani, taglialegna tirolesi, muratori bergamaschi, fighetti milanesi, studenti universitari, apprendisti del legnoarredo, buzzurri delle valli, timidoni venuti giù dal Resegone, bambocci che piagnucolavano per la lontananza da mammà. Chissà che fine hanno fatto? Chissà cosa saranno diventati adesso? Magari cardiochirurghi, insegnanti di latino, reucci del tavolo del biliardo, spacciatori di cocaina, venditori di aspirapolveri, poeti falliti, molestatori dei giardinetti, sindacalisti pulciosi, catechisti dell’oratorio. Chissà. Già al solo vederli si capiva che avrebbero avuto destini incomparabilmente diversi e opposti, salvo quell’unico comune denominatore che venne fuori feroce e inaspettato in quella tragica serata. Il totale disinteresse per la morte dei tifosi allo stadio Heysel. Totale. Assoluto. Assordante. Definitivo.

L’inferno, quello vero, che portò ben oltre i limiti dello scontro fisico, si scatenò al minuto 56, quando Boniek venne atterrato due metri fuori dall’area e l’arbitro, succube degli eventi, fischiò il più incredibile dei rigori. Gol. Partita. Coppa. Lì sì che, nella polveriera, saltò tutto per aria. Da una parte gli juventini a ridere e sghignazzare e sganasciarsi e sbellicarsi e piroettare per il furto con destrezza – “perché così è ancora più bello!” - e un roboante “czz loro!!” agli spiaccicati, tritati, massacrati della curva Z. Dall’altra gli ululati e la bava alla bocca e i fluidi verdognoli - “ladri, schifosi, maiali!!” - di tutti gli altri, che sbraitavano sulla vergogna della partita falsata, dei festeggiamenti di Platini, del trofeo grondante sangue, dell’arroganza dei padroni delle ferriere e tutto il resto di quella retorica moralisticheggiante con cui hanno infarcito trent’anni di rivendicazioni, ma che nascondeva un’unica, inconfessabile verità. Neppure a loro importava una mazza del massacro, ma solo che quelli avessero vinto la loro prima Coppa, che doveva quindi essere privata di qualsiasi valore. Una coppa impresentabile. A parti inverse, si sarebbero comportati allo stesso modo. È stato un post partita pazzesco, demoniaco, violentissimo, dove tutti quei ragazzotti hanno espresso in maniera grandguignolesca una radice di vigliaccheria e antisportività senza eguali, che però non rappresenta altro che la metafora mille volte ripetuta del rapporto marcio che esiste, almeno in questa repubblica delle banane, tra sport e vittoria, tra calcio e successo.

E’ per questo che tutta l’ondata di indignazione sgorgata dopo gli arresti dei manager Fifa e la grottesca rielezione di Blatter, fa sorridere. Se ne straparla al bar, generalmente al terzo giro di bianchi, si trombona sul fatto che non si può più andare avanti così ed è uno scandalo e ai tempi del Mago e del Rocco era diverso e qui una volta era tutta campagna e intanto però, sotto sotto, si cerca di capire come questo ennesimo bubbone possa colpire la squadra nemica e aiutare la tua. Il resto, chissenefrega. Ne abbiamo avuto la prova provata durante Calciopoli, maestosa metafora e nemesi del truogolo di schifezze del circo pallonaro italiota. Ora facciamo una piccola scommessa con i lettori. Trovate uno juventino uno che dica che - a fronte di condanne in tutti i gradi della giustizia sportiva e di condanne o mere prescrizioni in quella penale - la Juve di quegli anni era governata da Tony Soprano e che in un paese serio sarebbe ripartita dall’Eccellenza. Trovate un interista uno che dica che le intercettazioni del buonanima Facchetti, se non fossero state prescritte, e il passaporto di Recoba avrebbero dovuto portare l’Inter dritta filata in serie B, altro che scudetto di cartone. Trovate un milanista uno che dica che la sceneggiata di Galliani a Marsiglia avrebbe meritato la radiazione a vita e che tra i passaporti tarocchi non c’era solo quello del Chino (che si ricordano tutti) ma pure quello di Dida (che non si ricorda nessuno). Trovatene uno, uno solo su milioni e milioni di tifosi e gli regaliamo un’auto aziendale.

Ci piace vincere facile: non arriverà nessuno. Tutti ipergarantisti quando si finisce nella melma con la propria squadretta, tutti supermanettari quando un sospetto sfiora le altre. E poi dicono che non c’è niente di peggio della politica. La verità è che in Italia non esiste alcuna cultura sportiva, alcuna dimensione etica del sano confronto agonistico, della sua sapienza tecnica e valoriale, dove la stessa informazione è composta in larga parte da servi o da tifosi o da collusi e che quindi tutto il sistema galleggia su un’enorme ipocrisia di fondo. Fondi neri, scommesse clandestine, partite truccate, mazzette per i mondiali, ricatti dei procuratori, doping e cocaina, arbitri servili, piagnistei complottisti, ultras taglieggiatori, retorica moralista e inanità pratica. E’ tutto funzionale al baraccone e ci va tutto bene. Tutto. Basta che si vinca. A qualsiasi costo. Che pena. Altro che indignados…

E questo vale anche per chi ha scritto questo pezzo, che se la tira tanto da Robespierre, ma che pur di veder vincere la squadra che ama e perdere quella che odia sarebbe disposto a tutto – a farsi prendere a torte in faccia, a picchiare una suora, a buttare un nano giù da una scarpata, a tutto -: perché anche lui è esattamente come tutti gli altri.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

© RIPRODUZIONE RISERVATA