Charlie, il giudice

si è fatto Dio

In una pagina indimenticabile di “Delitto e castigo”, Fedor Dostoevskij consegna al protagonista Rodion Raskol’nikov una riflessione profondissima sull’inesausta pulsione degli uomini per la vita e sul terrore intollerabile al pensiero della fine: “Dove ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, dice o pensa che se gli toccasse vivere su un’alta cima, su una roccia, o su di uno spiazzo tanto stretto da poterci posare solamente i suoi due piedi e intorno a lui ci fossero gli abissi, l’oscurità eterna, un’eterna solitudine e un’eterna tempesta - e dovesse rimaner così, in un arscin di spazio, per tutta la vita, per mille anni, in eterno - preferirebbe vivere in quel modo che morire subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere come che sia, ma vivere!... che verità! Signore! È vile l’uomo… ed è vile chi per questo lo chiama vile”.

C’era Dio sopra Dostoevskij mentre scriveva queste righe, che toccano gli apici del pensiero occidentale e del pensiero in senso lato. C’è tutta l’arte di questo autore gigantesco e terribile. Una pedagogia sanguinosa. Uno specchio che ci mostra per quello che siamo e scava nei nostri anfratti più profondi e che ora, proprio ora, a distanza di quasi due secoli ci dice tutto sul caso di Charlie Gard. Si parla tanto del bimbo di pochi mesi destinato alla morte da una malattia degenerativa rarissima e che è diventato un caso di cronaca dopo le plurime sentenze dei tribunali inglesi e della corte europea dei diritti dell’uomo che impongono di staccare la spina. E questo – attenzione! - è stato deciso per il suo bene. Per “il miglior interesse del fanciullo”, avallando così la tesi dei medici e accantonando del tutto quella contraria e opposta del padre e della madre.

Siamo arrivati al punto. La lezione di Dostoevskij - ma non è necessario averlo letto, tutti hanno provato cosa significhi l’attaccamento irrazionale alla vita e il panico al pensiero del nulla - è stata archiviata. Non conta più. Niente conta più. Lo Stato, il giudice, il monolito, l’entità astratta che tutto vede, tutto decide, tutto codifica, ha già pensato per noi. Sa cosa è giusto e cosa è sbagliato. Sa qual è il grado di dolore che un essere vivente possa o non possa sopportare e quindi sa - perché il giudice sa tutto - quando è il caso o non è il caso di mettere la parola fine. E soprattutto sa che nulla contano le ferite dei genitori, scavalcati e azzerati a causa di quel ruolo soltanto emotivo che non gli permette di cogliere le magnifiche sorti e progressive che la deità tecnologica sta preparando per il nostro futuro. Il giudice si è fatto Dio. E ha trasformato un bimbo in carne e ossa, che, dicono padre e madre, vede le persone, prova piacere, usa gli occhi e la bocca per far capire cosa gli piace e cosa no, addirittura prende peso, per quanto già spacciato, in un codice, una glossa, una pandette, un’armatura giuridica niellata.

E così dimentica che Charlie è innanzitutto un bambino che va tutelato nella sua fragilità e che, nel caso le cure dovessero essere sospese, ha diritto a un accompagnamento alla morte che non può in alcun modo escludere i genitori. Non si può demandare una questione del genere alla giurisprudenza, perché non può essere una legge asettica a decidere se debba vivere o morire, quanto invece la piena responsabilità dei clinici, possibilmente attraverso il comitato etico dell’ospedale. Non può essere abolito il rapporto medico-paziente, che in questo caso è invece platealmente saltato. E poi Charlie è di certo inguaribile, ma non è incurabile. Non ci sono persone incurabili, tanto è vero che anche le tecniche palliative e l’accompagnamento verso una buona morte vanno intese come cura. Perché se così non è, se uno Stato provoca volontariamente la morte di un paziente perché lo ritiene malato in modo irrimediabile, entriamo mani e piedi in un altro campo. Quello dell’eutanasia. Strutturata peraltro in forme del tutto inedite, visto che viene applicata contro la volontà dei genitori e, quindi, contro la volontà dell’interessato. Qui siamo all’eutanasia di Stato. Allo Stato etico. Al totalitarismo burocratico. All’eugenetica. Alla fine dei tempi.

E siamo anche alla fine dell’Occidente, pervaso da una mentalità positivista e laicista che ha trasformato la questione dei diritti in mera astrazione concettuale basata sul mantra del progresso a prescindere, da cui tutto deve dipendere e che è destinato a regolare anche le questioni della vita e della morte. Non c’è possibilità di fuga o di interpretazione personale. Tutto è regolato dal regime paternalista che decide al posto nostro perché sa dividere il grano dal loglio. E questo accade nell’assordante silenzio di quelli che stanno a sbracciarsi ogni giorno per i diritti conculcati di tutti e sul diritto a morire di tutti. Dove sono gli eroici difensori dei diritti del bue muschiato del Karakorum? E quelli delle scimmie urlatrici della Cambogia citeriore? E quelli delle alghe azzurre del mar Morto? O dell’inviolabilità sacrale delle mucche al macello? Dove sono i tutori, i santoni, i profeti del suicido assistito che passano le giornate a spiegare quanto sia bello aiutare chi vuole morire (perché invece aiutare chi vuole vivere è una roba che fa schifo…)? Dove gli agit prop dell’aborto in quanto passeggiata di salute, metodo anticoncezionale differito, diritto inviolabile della donna (perché invece quello del bimbo a vivere è una roba che schifo…)? Che pena. Che vergogna.

La competenza e la professionalità dei medici che hanno assistito Charlie fino ad oggi è fuori discussione, così come ovviamente la loro buona fede, ed è altamente probabile che le cure alternative possibili negli Stati Uniti sarebbero del tutto inutili. Ma è tutta l’impalcatura a scricchiolare, a essere marcia. Un malato non è la sua malattia, ma qualcosa di infinitamente più grande della malattia. Così come la viltà più grande non è voler vivere a ogni costo, ma uccidere la speranza schiacciando un bottone.

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