Battisti e il richiamo

sinistro della foresta

Cambiare gli italiani non è impossibile, è inutile. Soprattutto certi italiani. Soprattutto la crème, i predestinati, gli illuminati, gli ottimati, gli stiliti, gli intellettuali organici, gli “uommini scicche e le femmine pittate” che popolano i salotti e le terrazze della gente che piace alla gente che piace. Gli antropologicamente superiori. Tutto cambia. Tutto si trasforma. Tutto galoppa chissà dove e chissà perché, ma questi niente. Fermi. Immobili. Statuari. Adesi e coesi alle stesse certezze, agli stessi monoliti, alla stessa doppia morale.

L’assordante silenzio o, nei casi migliori, le imbarazzate cronache che certa stampa si è precipitata a insabbiare a pagina trentadue, sulla tentata fuga e la possibile estradizione di Cesare Battisti, il terrorista rosso condannato all’ergastolo per quattro omicidi durante gli anni di piombo, danno la misura di quanto l’ideologia - quell’ideologia - con tutti i suoi retaggi, i suoi cascami e le sue pelose aderenze politiche pervada la nostra società. E quanto la innervi e la determini, visto che, nonostante siano passati fior di decenni, appena si tocca quel tasto scatta subito il richiamo della foresta, la logica del branco, la grande autoamnistia di una generazione, del peggio di una generazione, anche se loro pensavano di essere il meglio. La generazione di com’erano formidabili quegli anni, che ha segnato la storia recente del nostro paese, lasciando sul campo centinaia e centinaia di morti ammazzati.

E infatti, appena risuona periodicamente il nome di Battisti, così come quello di Sofri, condannato a ventidue anni come mandante dell’omicidio Calabresi, allora cambia tutto. Ritratto di famiglia. Autobiografia della nazione. Parabole tragiche all’interno di un periodo dominato dalla dittatura della Democrazia Cristiana e dei poteri forti e delle squadracce della polizia fascista e dei servizi deviati e della massoneria e delle multinazionali e bla bla bla. Il contesto. Ecco la parola magica. Il contesto. Quelle cose accaddero, certo, ma in quel contesto storico, politico e sociale e quindi, essendo avvenute in quel contesto, l’assassinio non è più un assassinio, atto criminale con responsabilità individuali e oggettive, ma un elemento tragico e inevitabile della lotta di classe, della rivolta giovanile, estrema catarsi dei compagni che sbagliano, sì, ma pur sempre compagni. Sodali. Gente di famiglia. Pesci pilota che sguazzavano nella stessa acqua di quelli che, insomma, né con lo Stato né con le Bierre. Non è andata così, putacaso?

È questo il grande macigno sulla coscienza nazionale - anche se ci è sempre mancato un Coppola o un Philip Roth per conferirgli una dimensione letteraria -, la grande truffa, la grande bugia, il grande inganno della nostra Repubblica delle banane. Non è vero che tutta la nazione si era tutta unita per dire no all’eversione terroristica, non è vero che l’arco costituzionale tutti comprendeva, non è vero che era stato realizzato un solidissimo e impermeabile cordone sanitario per isolare e punire chi sparava ai poliziotti, ai magistrati, ai dirigenti, ai politici. Non era vero niente. Non era vero allora e non è vero neppure adesso, visto che la pletora di giovani rivoluzionari degli anni Settanta, anche se oggi spesso accomodati nelle pieghe del potere dall’altra parte della barricata, quella che ai tempi volevano incendiare, è ancora segnata da quel mantra.

Una roba grottesca. Basta che un ubriaco metta nel suo stabilimento balneare delle massime di Mussolini - cialtronata che in qualsiasi paese civile dell’Africa subsahariana verrebbe presa a pernacchie, a torsoli di mela e a smozzichi di pizzetta rancida - e qui parte subito il circo. E non abbassiamo la guardia e attenti ai neofascisti e l’onda nera dei populismi e il regime che torna e buttiamo in galera il fellone e denunce e pennacchi e bandiere e tromboni (poi è stato tutto archiviato, naturalmente, ndr). Se invece si scrive della tentata fuga in Bolivia di un latitante pluriassassino in attesa di estradizione, non vola una mosca. Dove sono gli eroici compagni dell’Anpi e gli indignatissimi indignati dei sindacati e delle varie rifondazioni comuniste e gli intellettuali di sinistra e i rigoristi della certezza della pena? Dove sono le manifestazioni di piazza e gli appelli al nostro governo per mettere finalmente in galera quel criminale omicida e il boicottaggio di chi lo ospita e le manifestazioni sotto il consolato brasiliano? Niente. Assordanti silenzi. Melliflue dimenticanze. Polvere da sbattere sotto il tappeto per evitare a questi signori di fare finalmente i conti con il proprio purulento passato.

E allora, un piccolo consiglio a chiunque non abbia voglia di dimenticare. Andate a rileggervi “Brigate Rosse: una storia italiana”, libro-intervista del 1994 di Rossana Rossanda, fondatrice de “Il manifesto”, a Mario Moretti, ideologo delle Br, e poi guardate l’intervista del giornalista e scrittore Sergio Zavoli, sempre allo stesso Moretti, all’interno de “La notte della Repubblica” celebre inchiesta televisiva del 1989 sugli anni del terrorismo. Lì capirete tutto. Moretti è sempre lo stesso. Intelligente, asciutto, feroce nell’esposizione delle sue tesi. Sono gli interlocutori che cambiano. Nelle domande della prima cogli tutta la comprensione, la condivisione, non certo degli atti efferati, ovvio, ma delle radici storiche, politiche, culturali del mondo dell’eversione. Parlano la stessa lingua, si bagnano nelle stesse acque, perché per entrambi il nemico è lo stesso: lo Stato borghese.

Nelle domande dell’altro, invece, vedi il giornalista vero, l’intellettuale terzo rispetto agli accadimenti, uno che racconta e raccoglie le testimonianze dei protagonisti per offrirle al giudizio dei telespettatori. Di là, pedagogia. Di qua, cronaca. E ora indovinate un po’ chi, fra i due, è quello venerato come un santone. Datevi una risposta e avrete capito tutto dell’Italia, della stagione del terrorismo e, anche, del caso Battisti.

d.minonzio@laprovincia.it

@Diegominonzio

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