Noi poveri illusi,
torna l’italia dell’inciucio

E il bipolarismo? E il centro che doveva essere vuoto? E lo slogan nuovissimo “o di qua o di là”? E il maggioritario? Che fine ha fatto il maggioritario, che tutto doveva cambiare, tutto doveva modernizzare, tutto doveva rivoluzionare?

Ogni tanto uno si volta, ma non li trova. Ossi di seppia. Fantasmi. Ombre. Nebbia del mattino. Spettri destinati a svanire al canto del gallo. E, allo stesso modo, ogni tanto uno si ricorda quanti entusiasmi aveva acceso quella breve, fiammeggiante, tossica e mefitica stagione del post Manipulite, la palingenesi del collegio uninominale che finalmente avrebbe portato l’Italia, la nostra piccola, infida, melmosa italietta democristiana, anzi dorotea, correntizia, familista amorale, spaghettara, baffo nero e mandolino, in quella agognata dimensione europea nella quale si sceglie, si decide, si programma. Che fine ha fatto tutto questo mondo dei balocchi, questa favoletta, questa fanfaluca? Ogni tanto pare di sentirne ancora una vaga eco, che suscita la stessa apprensione di quando si torna a parlare di un lontano parente del quale da troppo tempo non si hanno più notizie (a proposito, come starà nonna Carolina?) ma a cui poi, passato l’attimo, non si pensa più.

Ne abbiamo avuto una riprova eclatante in questi ultimi giorni arruffati e grotteschi. Dopo anni e lustri e secoli di arrabattate discussioni sul nuovo modello elettorale - durante i quali i nostri statisti, i nostri strateghi, i nostri meglio cervelloni del bigoncio hanno dato la stura alle loro multiformi capacità creative, naturalmente senza combinare una mazza e sfornando invece leggi elettorali una peggio dell’altra - appena si è sentito l’odore del sangue, il richiamo della foresta, il sapore di casa - il ritorno al proporzionale! - si sono messi d’accordo in cinque minuti. Tutti. Gli antropologicamente superiori di centrosinistra, i liberisti da operetta di centrodestra, i barbari no euro sovranisti e i cristallini, incorruttibili, digitali Cinque Stelle, che se la tirano tanto da nuovissimi, ma che qui si sono accomodati sul carro di Pantalone con lo stesso stile dei socialdemocratici di Longo e Cariglia.

D’altra parte, è la storia del mondo. Dopo ogni Bastiglia, arriva sempre un Termidoro. Da ragazzi si gioca, si sbroffa, si straparla, si millanta, si regalano promesse e parolone al popolo bue, che tanto se le beve sempre tutte, ma poi, a un certo punto, si cresce, si diventa grandi, ci si mette in riga. E si capisce che questo paese, almeno nel suo mostruoso conglomerato, in questo fetido muro di gomma di politica-burocrazia-economia partecipata, controllata e municipalizzata, non è fatto per le partite vere, quelle dove alla fine uno vince e prende tutto e l’altro perde e se ne va a casa, quanto invece a quelle truccate, dove alla fine ci si mette tutti d’accordo. Uno strapuntino a te, una poltroncina a me, una consulenzina a quell’altro, un gettoncino a quell’altro ancora. E la governabilità è assicurata, naturalmente sbattendosene dei conti e infilandosi mani e piedi nella giostra fuori controllo della spesa pubblica.

Uno potrebbe però obiettare che anche in Germania c’è il proporzionale e lì funziona benissimo. E grazie. Ma in Germania ci sono i tedeschi. Qui, invece, ci sono gli italiani. E un altro ancora potrebbe obiettare che lo sbarramento al cinque per cento seleziona in maniera radicale i partiti e impedisce l’accesso in Parlamento a tutte le mini formazioni che infestavano i palazzi della Prima Repubblica. Illusi. Ci si unisce prima per passare la soglia e ci si divide tranquillamente dopo, avviando così l’ennesima transumanza di salmerie da un gruppo all’altro a seconda della bisogna, delle cordate e dei rimborsi. D’altra parte, non ci sono mai stati così tanti gruppi parlamentari come nell’Italia del maggioritario, a dimostrazione che le regole sono fatte apposta per essere aggirate e che se ti manca del tutto la cultura del rigore, della trasparenza e della coerenza, non te la puoi dare da solo e manco te la possono imporre i carabinieri.

La cosa più saggia è arrendersi. Sapere di essere spacciati. La natura chiama. La storia di un paese che è stato invaso da tutti da duemila anni e che con tutti è sempre dovuto scendere a patti è più forte delle costruzioni a tavolino, nella quale anche noi intelligentoni dei media abbiamo inzuppato il biscotto con il consueto equilibrio e il consueto spirito critico. E così, inesorabilmente, dopo vent’anni nella centrifuga e immersi in una versione macchiettistica, circense dei grandi bipolarismi anglosassoni o anche transalpini, si torna a una dimensione del potere che prima rastrella i voti e poi cerca un’alleanza centrista (altro che il centro deve essere vuoto…) in parlamento (Renzi+Berlusconi?) per lasciare poi aree di sottogoverno agli altri (Salvini+Grillo?) mentre intanto si fa credere a noi ottusi che si lotti e si sbraiti contro la casta e il regime e bla bla bla. In fondo, è lo stesso schema dei tempi d’oro dell’asse Dc, Psi e frattaglie assortite da una parte e il Pci dall’altra, che ululava alla luna contro la dittatura reazionaria e massonica e intanto procedeva con una clamorosa operazione consociativa spartitoria occupando (gramscianamente?) scuole, università, giornali (ma davvero?), enti locali, sanità eccetera eccetera. Alla faccia della rivoluzione bolscevica. Ma almeno quella era gente che aveva studiato, mica i quaquaraquà con la laurea breve in scienze della comunicazione di questa stagione penosa.

L’Italia non può cambiare perché non vuole, non ne ha le qualità né l’indole. Questa è la verità. Ed è destinata ad andare avanti sorreggendosi sulle energie, il talento e l’eroismo di tante sacche di società civile e di libera impresa che niente hanno a che vedere con questo contesto e che, anzi, emergono ogni giorno nonostante questo contesto. È questa l’Italia migliore che la politica dovrebbe rappresentare, ma che invece, chissà perché, al cinque per cento non ci arriva mai.

d.minonzio@laprovincia.it

@Diegominonzio

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