Manette e distanza  fra legge e italiani

Manette e distanza

fra legge e italiani

La diffidenza con cui gli italiani guardano alla macchina della giustizia è alimentata spesso da vicende “minori”, come quella del giovane ferito in centro a Lecco con una bottiglia rotta. Molto più della confusione sui grandi casi, peraltro e purtroppo alimentata ad arte per fini poco nobili da una parte del circo mediatico, crea sconcerto il fattaccio visto con i propri occhi che resta praticamente impunito. In parole povere il lecchese medio, e non soltanto lui, stenta a comprendere come sia possibile che, una volta individuati i due balordi di via Bovara, i carabinieri non li abbiano portati di corsa a Pescarenico.

Vista da dentro il palazzo la cosiddetta denuncia a piede libero, che fa sorridere soltanto a pronunciarla, è stata una scelta normalissima. La coppia di aggressori è stata individuata e fermata - si fa per dire - qualche ora dopo i fatti, cioè trascorsa la cosiddetta flagranza di reato che avrebbe consentito l’uso della manette; in sua assenza, la carcerazione preventiva sarebbe potuta scattare soltanto se le condizioni del ferito fossero state molto gravi ma, fortunatamente, il coccio di vetro conficcato tra spalla e gola non ha reciso arterie importanti né lesionato organi vitali. Ne consegue che i due sarebbero stati processati fra un paio d’anni in primo grado ad andar bene. Il tutto nel pieno rispetto delle procedure e nell’assoluta mancanza di rispetto del ferito e delle garanzie di tranquillità dovute agli abitanti di Lecco.

A cambiare un quadro che, visto invece da fuori il palazzo, suscita nella migliori delle ipotesi rassegnazione, sono subentrati l’intervento chirurgico a cui è stato costretto il giovane croato e il conseguente aggravamento della prognosi, che i medici hanno preferito riservarsi.

E’ stato a questo punto che i carabinieri, quasi certamente dopo un confronto e la benedizione dei magistrati della Procura, sono tornati a prendere i balordi per portarli in carcere. Non crediamo di azzardare troppo se diciamo che probabilmente militari, Pm e lecchese medio avrebbero preferito l’opzione Pescarenico sin da subito, se avessero potuto. Detto senza la minima cattiveria nei confronti degli arrestati.

Tutto bene ciò che finisce bene? No. La verità è che per giustificare la custodia preventiva i carabinieri hanno dovuto contestare anche il tentato omicidio, accusa destinata a squagliarsi come neve al sole al prossimo bollettino medico o, al più tardi, nel corso del processo. Come è normale che sia per tutte le forzature, anche se commesse per fini più che condivisibili.

Non va tutto bene perché per fare cose normali, cioè garantire un po’ di galera a chi se la merita, bisogna lavorare sul filo delle procedure. L’alternativa a questo genere di forzature non può essere un ulteriore scollamento tra giustizia e sentire comune della gente. Noi sogniamo, dispiace dirlo nella patria del diritto, una riforma della giustizia che la faccia un po’ più anglosassone per tutte le vicende “minori”. Per nascondere l’inefficienza del sistema hanno provato a chiamarle in tutti i modi, da microcrimine a reati bagatellari, e invece sono quelle più vicine alla faccende e al cuore della gente. Non ci vuole moltissimo e nessuno desidera plotoni d’esecuzione. Ma soltanto arresti da eseguire quando servono, processi da fare in settimana e sentenze da scontare subito dopo. E’ troppo difficile? Andiamo a vedere come fanno a Londra e a New York.

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