Gli errori di Israele e i dubbi del mondo

Tra l’uccisione dei sette volontari dell’Ong World Central Kitchen (che porta a oltre 200 il numero degli operatori umanitari e sanitari morti durante le operazioni a Gaza) e il bombardamento dell’ambasciata dell’Iran nella capitale siriana Damasco c’è un nesso assai più stretto di quel che sembri. E il nesso si chiama Israele. E non c’entra il fatto che i tre missili che hanno colpito i volontari e le bombe fatte cadere sull’ambasciata siano usciti dagli stessi arsenali. Il problema vero è questo: come deve regolarsi il resto del mondo con lo Stato ebraico?

La maggior parte dei governi del mondo, insieme con la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale, pensa che Israele abbia il diritto a esistere pacificamente (e quindi a difendere tale diritto) ma che non abbia anche il diritto di decimare la popolazione palestinese come sta facendo a Gaza (oltre 32mila morti, in gran parte donne e bambini) e in parte anche in Cisgiordania, dove comunque i morti sono già più di 500. Israele, al contrario, si comporta come se avesse diritto a tutto. Dal 1967 a occupare in misura crescente i territori palestinesi su cui, illegalmente, ha insediato oltre 750 mila persone, più del 10% della sua popolazione totale. Dal 7 ottobre dell’anno scorso, dopo il massacro perpetrato dai terroristi islamisti di Hamas, a condurre una reazione armata che non ha nulla di ragionevole né di proporzionale e che sta mettendo in grave difficoltà Paesi come la Giordania e l’Egitto, che con Israele hanno da lungo tempo stipulato accordi di pace. A portare la guerra in un Paese come la Siria che non è in guerra con Israele, bombardando l’ambasciata di un Paese come l’Iran che può incendiare ancor più il Medio Oriente attraverso i suoi alleati di Hezbollah in Libano e degli Houthy nello Yemen. Per questo la strage degli operatori di World Central Kitchen e il bombardamento all’ambasciata rientrano nella stessa questione: per entrambi Netanyahu e i suoi rivendicano un innato diritto a non essere giudicati, una causa di forza maggiore che li esenta da qualunque forma di giudizio. Alla peggio si ammette un errore, si mormora qualche scusa e la si chiude lì. Anzi, alzare la tensione serve a Netanyahu per ricattare gli Usa, e in particolare Joe Biden, nell’anno delle elezioni: quanto più Israele combatte, tanto meno la Casa Bianca può permettersi di prendere le distanze ed è costretta a garantirgli l’immunità.

Il problema del resto del mondo, invece, è questo: che fare? Pian piano l’intero Occidente ha aderito alla visione israeliana. Smettere di vendere armi a Israele? Giammai. Sanzionare qualcuno dei suoi leader, in qualche caso totalmente imprensentabili? Non se ne parla. Boicottaggio economico? Figuriamoci. La campagna “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” è stata persino messa fuorilegge in diversi Paesi. Sono stati trattati da fiancheggiatori degli stragisti di Hamas persino quelli che chiedevano di eliminare la cantante israeliana dall’Eurovision e da servi sciocchi di studenti trinariciuti i presidi che hanno con qualche modo limitato la collaborazione delle nostre Università con quelle israeliane. Al contrario, sedici Paesi occidentali (tra cui l’Italia) hanno bloccato i fondi all’Unrwa (l’agenzia dell’Onu per l’aiuto ai palestinesi) sulla base di accuse israeliane, mai suffragate da vere prove, che volevano molti membri dell’Agenzia collusi con Hamas.

Per parte nostra siamo contrari a ogni forma di discriminazione e boicottaggio, e crediamo che l’arte e la cultura debbano essere lasciate fuori dalle battaglie politiche. Ma c’è qualcosa che si possa fare per rallentare o fermare Israele quando palesemente è in errore? Per esempio quando si prende le terre altrui? O quando massacra decine di migliaia di donne e bambini? Qualcosa che si possa dire o fare senza essere tacciati di antisemitismo o di complicità con Hamas? Al momento pare di no.

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