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Fabio Dadati: "Inutile
occupare la Quinton"

Dadati: "L'occupazione della Quinton non aiuta la trattativa" (Foto by Sandonini Dervio)

«Le occupazioni di fabbrica non porteranno a nulla, si torni a dialogare in modo serio», non usa mezzi termini l'assessore provinciale al lavoro Fabio Dadati nella valutazione dell'assemblea permanente alla Quinton Hazell di Colico.
Dadati ricorda ai rappresentanti dei lavoratori che con l'occupazione della fabbrica di Colico, la multinazionale proprietaria della Quinton potrebbe ripensarci e chiudere gli spiragli di dialogo: «Al tavolo della trattativa i vertici della Klarius sono stati chiari e non hanno lasciato alcun margine di speranza, hanno annunciato la decisione di chiudere lo stabilimento di Colico e così faranno al di là di qualsiasi manifestazione. Quindi nessuna occupazione di fabbrica, nessuna protesta, visita istituzionale, telecamera o sceneggiata potrà far cambiare idea agli amministratori della Quinton Hazell, tanto più perché i soci hanno deciso di non firmare il bilancio 2009 finché l'azienda non verrà messa in liquidazione».
Proprio in seguito a questo annuncio i sindacalisti Pierangelo Arnoldi della Fim e Mauro Castelli della Fiom avevano deciso di posticipare il tavolo della trattativa in Confindustria per informare i dipendenti e decidere insieme di occupare lo stabilimento: «Ma questa decisione non fa altro che illudere i lavoratori. Devono capire di non avere alcuna possibilità di rimanere all'interno di quella fabbrica, che la Quinton Hazell non ha alcun futuro. Però l'azienda ha dato la disponibilità a discutere, a scegliere una strada condivisa e credo sarebbe utile accettare questa disponibilità prima che, risentita dalle enormi polemiche che questa vicenda sta suscitando, possa ripensarci. Ho proposto alle parti di aprire un percorso di cassa integrazione straordinaria di un anno, cui seguirà una procedura di mobilità. Ho inoltre attivato l'unità di crisi per predisporre i corsi di formazione e reinserimento al lavoro andando in contro ai bisogni dei lavoratori. Insomma, torniamo con i piedi per terra».

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