«Il volto di quel papà rimasto solo   Lo rivedo a distanza di trent’anni»
Il monumento eretto a ricordo delle vittime della tragedia

«Il volto di quel papà rimasto solo

Lo rivedo a distanza di trent’anni»

Lo scrittore Magni e la tragedia dell’aereo precipitato a Conca di Crezzo

Jennifer e Susanna volavano con la madre verso la Germania

Trent’anni dalla tragedia dell’Atr 42 a Conca di Crezzo e con il passare del tempo ricordi ed emozioni dolorose sembrano farsi più incombenti invece di dissolversi pacatamente: rimembranze tristi e pure qualche pensiero polemico.

Vissi da cronista sul posto (poi seguendo le indagini e i processi) il disastro del “Colibrì” Atr 42 “Città di Verona” dell’Itavia, in volo da Milano a Colonia, precipitato verso le 19,30 del 15 ottobre 1987, in Val Ferrena sulle pendici meridionali del Monte Lavasc, nel Triangolo Lariano, a pochi centinaia di metri da Conca di Crezzo. Era una sera d’autunno gravato di pioggia battente.

Ero appena rientrato a casa quando, qualche minuto dopo le 19,30, squillò il telefono. Era il bravo fotografo Chicco Rossi, con voce eccitata: «È burlà giò un aereo a Barni».

Avvisai il giornale. Venti minuti dopo ero a Conca di Crezzo davanti a una sbarra abbassata. C’erano già i Vigili del fuoco di Canzo. Ma non avevano le chiavi del lucchetto. Intanto sentivamo un odore forte di kerosene. Cominciò così la nostra avventura di cronisti dalla quale, ritornandovi sopra, emergono soprattutto le figure di alcuni personaggi che sono stati protagonisti di questa triste storia. Il procuratore della Repubblica Mario del Franco era in un bar a Oliveto Lario, infreddolito, tutto bagnato, sofferente, già seriamente impegnato a coordinare le indagini. Marco Marelli tornò a casa e gli portò un cappotto.

Quando ormai si stava annunciando un’alba livida e fredda finalmente i soccorritori trovarono i rottami. Subito si sparse la voce: «Nessun superstite». Amedeo Vergani emerse dal grigiore del bosco, quando ormai era già chiaro e raccontò che c’era quasi più niente da fotografare: «Tutto distrutto». Lui era riuscito a trovare e a ritrarre una scritta che confermava. “Itavia Atr 42 “Città di Verona””. Era la prova , anche se non ce ne fu bisogno.

Nella palestra di Asso furono composte le 37 salme, 34 passeggeri , 3 membri dell’equipaggio. Giunse a benedirle il Cardinale Carlo Maria Martini. Sbirciammo dentro e con il cuore dolente individuammo due sacchi molto piccoli. Erano le salme di Jennifer e Susanna Seminara, due bambine catanesi morte con la loro mamma Martina. Il padre Antonio Seminara, un emigrato siculo in terra tedesca, era a Stoccarda ad aspettarle. Non arrivarono mai. Le immaginò soltanto, qualche giorno dopo, dentro i sacchi nella palestra di Asso. Il suo volto impietrito ancora si delinea angosciante nella mia memoria.

Ai 37 sacchi se ne aggiunse un altro: quello del giovanissimo carabiniere Massimo Berth di Parma che era in servizio e che usci di strada con la sua jeep uccidendosi: ancora dolore.

Ricordo le estenuanti ore trascorse nella maxi aula dei processi del Bassone durante i dibattiti per stabilire la competenza territoriale. Non si capiva bene se il luogo del disastro fosse lecchese e comasco. Decisero per Lecco.

Drammatica, da accapponare la pelle, fu la seduta in cui il presidente Luciano Tommaselli, accolse la richiesta del Pm, Stanislano Franchina, di mettere agli atti la registrazione della scatola nera del Colibrì, in volo verso Colonia.

Ascoltammo, in un silenzio agghiacciante, la hostess Carla Cornilliani, pochi minuti dopo il decollo, chiedere ai piloti se poteva distribuire il caffè. Poi improvvisamente ecco il comandante pilota Lamberto Lainè annunciare con voce spaventata: «Siamo in emergenza, emergenza». Poi le voci tacciono, ma l’aero si inclina di 40 gradi a destra, poi di 135 sulla sinistra, poi è incontrollabile, precipita alla velocità di 800 chilometri all’ora. Papà Seminara ascoltò tutto questo strazio con il volto di pietra.

L’indignazione tra i cronisti si fece grande quando emerse che il velivolo, in particolare gli alettoni di coda, erano bloccati dal ghiaccio. I piloti però non sapevano come destreggiarsi. L’Aerospatial, l’azienda costruttrice dell’Atr 42, aveva emesso istruzioni “in caso di ghiaccio”, ma i piloti non lo sapevano.

Personalmente mi indignò anche l’atteggiamento sprezzante dell’ingegnere francese Jean Rech, capo dell’ufficio di progettazione dell’Atr 42. Al processo esibiva movenze sprezzanti, di uno che si sentiva offeso per essere stato incriminato. In secondo grado lo condannarono a un anno e 9 mesi, assieme ad altri imputati. E mi parve giusto. Poi la Cassazione assolse tutti. Una tragedia così grande finì a “tarallucci e vino”.

Ecco un altro ricordo, forse il più emozionante: un uomo e una donna vengono avanti, tenendosi per mano, lungo uno degli infiniti e desolati corridoi del palazzo di giustizia di Milano. Il passo è stanco. I capelli grigi, le rughe. Lo sguardo però è sereno, pacato, pieno di fiducia. Sono i genitori di Pierluigi Lampronti il secondo pilota. È il pomeriggio del 27 aprile 1992 e il processo è all’undicesima udienza. I coniugi Lampronti hanno seguito con grande e puntuale attenzione tutte le udienze, come due anni prima a Lecco. ll tribunale lariano aveva ritenuto che i piloti fossero colpevoli per il 50 per cento. Questa cosa ai genitori non è andata proprio giù. Così hanno rifiutato anche il cospicuo risarcimento e hanno mantenuto, attraverso l’avvocato Felice Sarda di Como, la costituzione di parte civile.

Adesso papà e mamma aspettano, camminando nei corridoi, la sentenza e continuano a ripetere ai giornalisti che li circondano: «I piloti non possono aver avuto colpe. Non erano istruiti a manovrare in condizioni di ghiaccio estremo, così come si trovano quella sera le ali dell’Atr».

Poi la sentenza, finalmente, arriva. E i piloti? Per Lampronti l’assoluzione. Dovrebbero essere felici, papà e mamma Lampronti. Ma la donna racconta di essere contenta solo a metà. Vorrebbe che anche il comandante Umberto Lainè fosse stato scagionato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA