«E’ una celebrazione  delle mie radici  lungo il Novecento»
Gianfranco Calligarich, finalista al Premio Manzoni 2017 domani sera

«E’ una celebrazione

delle mie radici

lungo il Novecento»

Premio Manzoni Gianfranco Calligarich è il terzo finalista

Domani alle 21 la serata alla Casa dell’Economia di via Tonale a Lecco

Terzo finalista - insieme a Eraldo Baldini e Valerio Callieri - del Premio Manzoni 2017 è Gianfranco Calligarich con “La malinconia dei Crusich”, corposo romanzo di quasi 450 pagine edito da Bompiani. Sabato alle 21 la serata finale alla casa dell’Economia di via Tonale a Lecco. Nato ad Asmara da una famiglia cosmopolita di origine triestina, è cresciuto a Milano per poi trasferirsi a Roma. Giornalista, fotografo, sceneggiatore e viaggiatore. Un’esistenza avventurosa, la sua.

Calligarich, in questo romanzo lei racconta una storia di padri e figli. E’ quella della sua famiglia?

Sì, i personaggi sono i miei nonni, mio padre e mia madre, i miei zii e i miei fratelli. Tutti con il loro vero nome. A chi mi chiede cosa ci sia di vero in questa loro incredibile avventura nel mondo, sotto diverse latitudini, rispondo… il 95%.

Tutte persone a loro modo uniche, speciali.

Quella dei Crusich è la storia di una dinastia vissuta lungo l’intero arco del Novecento tra due guerre mondiali, rivoluzioni, guerre civili. Dal capostipite Luigi Crusich che si imbarca a Trieste per raggiungere l’introvabile altrove e poi approda a Corfù, al nipote nel quale mi immedesimo, instancabile viaggiatore, tutti hanno in comune una tenace malinconia. Una malinconia che è un misto di nostalgia e di ricerca perché si direbbe che tutti sono ossessionati dal desiderio di trovare un posto nel mondo, anche se quel mondo sembra non bastare mai.

Li abbiamo seguiti, pagina dopo pagina, nelle situazioni più tragiche. Pensiamo ad Agostino che riesce a riportare a casa la pelle dalla guerra.

Agostino vive la nascita del fascismo, l’Africa dell’illusorio impero, il secondo Grande massacro mondiale, i campi di concentramento sotto il sole egiziano. E’ stato lui, mio padre, formidabile narratore, a raccontarmi la storia sua e della sua famiglia. E io, dopo vari tentativi, mi sono deciso a scriverla, questa storia.

Non deve essere stato facile. Anche per la complessità di mettere ordine ai ricordi.

Me la portavo dentro da anni, la voglia di mettere tutto in un romanzo. Ma era un’impresa complicata, mi sembrava un romanzo troppo difficile. Poi un giorno mi sono messo a scrivere, ho fatto leggere i primi capitoli ad amici scrittori. Sono stati loro a spingermi a continuare, forse curiosi di sapere il seguito. E così, in tre anni circa, è nato tutto il libro.

Di questo suo romanzo, vincitore tra l’altro del Premio Viareggio, colpisce molto il modo di scrittura.

Una scrittura che io definisco musicale, con una struttura delle frasi che vede il soggetto quasi sempre alla fine, il verbo che non c’è o se c’è è nel posto che più musicalmente serve. Tante metafore, è vero. Era una sfida: così avrei spiazzato o attirato il lettore?.

Uno stile che però si differenzia dal suo romanzo cult, “L’ultima estate in città”, tra l’altro recentemente ristampato.

E’ il libro da cui tutto è iniziato, quarant’anni fa, e che mi ha dato tanta soddisfazione, soprattutto quella di vederlo leggere ancora oggi da tanti ragazzi. Un libro dal destino incredibile, rinato dall’oblio, che racconta di una Roma che non c’è più. Quella Roma che mi aveva tanto affascinato negli anni ’70 e che mi aveva finalmente convinto a fermarmi, ora la ricordo con nostalgia.

Sarà la malinconia dei Crusich che ha contagiato pure lei.

Già. Tornando a loro, ai Crusich, tutto il romanzo è una celebrazione delle mie radici. Sono orgoglioso di averlo scritto, perché ho impedito che una storia così straordinaria, quella delle mie origini, finisse dimenticata. A spingermi, quando scrivo, è sempre l’emozione. E poi sono convinto che di deve parlare e scrivere di quello che si conosce.

Ora è atteso a Lecco come finalista del Premio Manzoni. La cosa la lusinga?

Non si scrive per i premi, ma per chi legge ciò che scrivi. Certo sono felice di partecipare. Lecco ovviamente mi ricorda I Promessi Sposi, un capolavoro. L’ho sempre trovato molto moderno, direi visivo. Le pagine sul rapimento di Lucia sono straordinarie, molto cinematografiche, come quelle sulla peste.

© RIPRODUZIONE RISERVATA