Strage di Erba, l’ultima sfida:
la parola torna all’aula

Oggi a Brescia i legali di Rosa e Olindo chiederanno la revisione della condanna. I motivi della riapertura del caso messi a confronto con le carte dei processi

Oggi, a Brescia, i difensori di Rosa Bazzi e Olindo Romano illustreranno le – secondo loro – nuove prove per cercare di far riaprire il processo sulla strage di Erba. E provare così a ribaltare la condanna all’ergastolo dei due coniugi di via Diaz. In sintesi ecco i punti principali sostenuti dalla difesa, messi a confronto con quanto già emerso negli atti del processo.

«La condanna si basa su tre elementi di prova rappresentati dalle dichiarazioni di Frigerio (il solo sopravvissuto ndr), dalla pretesa traccia ematica che sarebbe stata individuata sul battitacco dell’auto di Olindo Romano e dalle confessioni». In realtà la condanna si basa anche su altri elementi: il movente, ovvero sei anni di liti con tanto di minacce di morte, lesioni e inseguimenti; la mancanza di alibi; la via di fuga privilegiata (casa Romano è a 30 passi dalla palazzina della strage); la manomissione del contatore Enel di casa Castagna (che i condannati avevano già staccato in passato); la ferita al dito di Rosa Bazzi (riscontrata la sera della strage); la dinamica dell’aggressione (almeno due assassini, uno mancino più basso e più debole armato di un grosso coltello, l’altro destro armato di spranga); le ammissioni di Olin do Romano sulla Bibbia e nella lettera a don Bassano Pirovano; le confidenze sempre di Olindo al compagno di cella Giuliano Tavaroli.

La prima “nuova prova” è la consulenza sulla morte di Valeria Cherubini, che secondo la difesa sarebbe stata colpita in casa sua, e non sulle scale, negli istanti in cui i primi vicini di casa tentavano di soccorrere Mario Frigerio. I due soccorritori hanno riferito di aver sentito le invocazioni di aiuto provenire dall’appartamento della signora Cherubini, la quale però aveva ricevuto un colpo alla gola che le aveva reciso la lingua, non consentendole di gridare “aiuto” Già nel corso del processo il medico legale che aveva fatto l’autopsia, Giovanni Scola, aveva sottolineato da un lato che la ferita alla lingua non risultava tale da impedire alla vittima di parlare, e che comunque “aiuto” è una parola composta da quasi tutte vocali, quindi per articolarla non serve la lingua. Inoltre, sulle scale è stata trovata una protesi dentaria che dimostra che la coltellata in regione retroangolomandibolare la signora Cherubini l’ha ricevuta sulle scale. I legali dei coniugi Romano insistono nel collocare i colpi finali degli assassini contro la signora Cherubini nell’appartamento dei coniugi Frigerio e nell’istante in cui i soccorritori erano già stati allertati. In particolare i consulenti sottolineano come gli otto colpi al cranio ricevuti dalla signora Cherubini, fossero tali da determinare una concussione o commozione cerebrale con perdita di coscienza. Inoltre sulla tenda è stata rinvenuta una ciocca ci capelli che, sempre per i consulenti, sarebbe “da proiezione”, ovvero sarebbe finita sulla testa in conseguenza di uno di quei colpi. Sempre Giovanni Scola, il medico legale che ha svolto il sopralluogo nell’immediatezza del delitto e poi fatto l’autopsia, in dibattimento ha spiegato che sì, potrebbe esserci stata una perdita di coscienza, ma sicuramente temporanea che, quindi, avrebbe consentito alla donna di risalire le scale in un secondo momento. Ha anche sottolineato come la causa della morte non sia dovuta alle coltellate o ai traumi alla testa, bensì causata dal monossido di carbonio.

Per quanto riguarda la presenza della ciocca di capelli sulla tenda, ha mostrato una fotografia scattata la notte stessa che non mostra la presenza della ciocca, ma si vede la tenda appoggiata sul corpo della donna. Solo quando il corpo è stato rimosso la ciocca è comparsa, molto più probabilmente per contatto e non per “proiezione”. Perché la ricostruzione sull’istante e il luogo dell’aggressione di Valeria Cherubini è importante? Perché se davvero gli assassini si trovavano ancora nella palazzina all’arrivo dei primi soccorritori, questi non potevano essere i coniugi Romano.

Per la difesa «un’ottima via di fuga» alternativa «era costituita per chiunque (ma non certamente per i due coniugi) da casa di Raffaella Castagna» e in particolare «dal terrazzino della casa, calarsi da circa 3 metri – con l’aiuto di una grondaia – in via Diaz, lontano dagli occhi di chi occupava la corte». In effetti la finestra sul balcone di casa Castagna è stata trovata aperta, peraltro l’unica finestra in tutta la palazzina. È stata però proprio Rosa Bazzi a riferire, senza che nulla le venisse chiesto, di aver aperto lei quella finestra quando sono stati costretti a rientrare per non essere visti dalla signora Valeria Cherubini. Sul balcone i Ris hanno trovato una sola piccola macchia di sangue con assetto genotipico complesso scientificamente non interpretabile. Inoltre a ridosso della ringhiera che consente di arrivare alla grondaia su via Diaz c’era una pianta che dalle foto della sera stessa risulta non spostata e non intaccata. A ciò si aggiunga che su ringhiera e muro non vi è una singola traccia di sangue. Gli assassini erano già presenti in casa Castagna prima del delitto, e lì hanno atteso le loro vittime. Quindi non possono essere i coniugi Romano perché loro non avevano le chiavi dell’appartamento della strage. Questo sostiene la difesa sulla base di una consulenza tecnica sui tabulati dell’Enel, secondo la quale dopo le 17 di lunedì 11 dicembre 2006 vi sarebbero picchi di consumo energetico incompatibili con una casa vuota.

Analizzando il tabulato Enel, in realtà, si scopre che il pomeriggio dell’11 dicembre è stato quello con il minor consumo di energia elettrica dell’ultima settimana. Ci sono altre giornate, di assenza da casa di Raffaella, con consumi decisamente superiori nella fascia oraria tra le 16.45 e le 17.40, cioè quella nella quale il consulente della difesa avrebbe individuato i famosi picchi di corrente. Nello specifico sono stati registrati in quella fascia oraria, nel giorno della strada, 812 kw/h. Questa la sequenza dei consumi da lunedì 4 all’11: 2464 kw/h, 1352 kw/h, 5364 kw/h, 922 kw/h, 2412 kw/h, 1888 kw/h, 4092 kw/h.

A sostegno della tesi secondo la quale vi fossero già delle persone nell’appartamento di Raffaella, la difesa riporta la testimonianza della famiglia siriana che vive al pian terreno, i quali avevano sentito dei passi dopo le ore 17. Il soffitto dell’appartamento della famiglia siriana coincide in parte con il pavimento della casa di Raffaella, in parte con quello di un vicino con grossi problemi di udito. Dopo le 17 di lunedì il figlio di quest’ultimo era passato da via Diaz a trovare il genitore e, nel corso del dibattimento, i due testimoni siriani, sottoposti a un esperimento giudiziale, hanno riferito che il tipo di passi sentiti (più leggeri) potessero provenire in effetti dalla casa dell’uomo e non da quella della strage.

Ma a smentire la presenza di estranei a casa Castagna quel pomeriggio in realtà sono gli stessi coniugi Romano. Sia Rosa Bazzi che Olindo Romano fanno mettere a verbale, ben prima delle famose confessioni del 10 gennaio, quanto segue: «Durante la permanenza nell’abitazione non ho sentito nessun tipo di rumore proveniente dall’appartamento di sopra, e preciso che durante questa fascia oraria solitamente non sento alcun rumore perché i proprietari sono assenti». Così Rosa Bazzi. «Non ho udito, al di là del fatto che dormivo, alcun rumore provenire da quel piano. Mia moglie ha fatto alcuni lavori di casa, ritengo di aver dormito fino alle 19.15». Così Olindo Romano.

Altro passaggio cruciale, il riconoscimento di Olindo Romano da parte di Mario Frigerio. Si tratta di uno dei tasselli maggiormente criticati dalla difesa. Secondo i legali dei coniugi condannati all’ergastolo Mario Frigerio era un soggetto inadatto a rendere testimonianza, in quanto la sua memoria sarebbe stata gravemente lesionata dagli effetti dell’intossicazione da monossido di carbonio. Il suo riconoscimento di Olindo Romano quale autore della strage sarebbe un falso riconoscimento, indotto prima dal luogotenente Luciano Gallorini in un incontro avuto in ospedale il 20 dicembre quindi dai pubblici ministeri Antonio Nalesso e Massimo Astori il 26 dicembre.

Come evidenziato dall’avvocato della famiglia Frigerio, non vi è alcun elemento, nella cartella clinica dell’unico sopravvissuto alla strage, che stia a indicare una intossicazione da monossido di carbonio. Il dottor Franco Foti, medico della rianimazione che ebbe in cura Frigerio, recentemente ha riferito che mai Frigerio è stato sottoposto a trattamento con ossigeno né tantomeno in camera iperbarica, iter obbligato in caso di intossicazione da monossido. Anche il dottor Claudio Cetti, unico psichiatra ad aver mai visitato Mario Frigerio, ha riferito che il ricordo del paziente era assolutamente genuino e che lui era assolutamente capace di prestare testimonianza.

Frigerio, è la tesi della difesa, «inizialmente e per giorni indicò a tutti - pure al pm, ai suoi figli ed al medico - che il suo aggressore era un soggetto sconosciuto di etnia araba». In realtà questa affermazione è smentita dagli atti. Il 15 dicembre Frigerio descrive così il suo aggressore: corporatura robusta, tanti capelli corti neri, scuro di carnagione, non nero nero, carnagione olivastra, occhi scuri, senza baffi, vestito di scuro. Pochi giorni dopo l’allora avvocato della famiglia, Manuel Gabrielli, invia un fax in Procura per precisare che il suo assistito avrebbe riferito: che l’aggressore era più alto di lui, che aveva molti capelli neri, corti, quasi rasato, che aveva la mascella grossa, era senza cicatrici, molto robusto, e forte come un toro. Il 26 dicembre, davanti ai pubblici ministeri, lo descriverà nello stesso identico modo, compresa la carnagione olivastra. Salvo dire: «L’ho riconosciuto». E poi: «Lo ricordo», prima di confermare che si trattasse del vicino di casa, Olindo Romano.

Vi è poi la traccia individuata sul battitacco dell’auto di Olindo Romano, una macchia di sangue riconducibile sicuramente a Valeria Cherubini e con tracce probabili del sangue di Mario Frigerio. Secondo la difesa si tratterebbe di una traccia fantasma che nessuno aveva visto e di cui non vi era neppure una foto. In realtà i legali dei coniugi condannati all’ergastolo sostengono due tesi in parte contrapposte tra loro. Nella prima si sostiene che quella macchia potrebbe essere stata portata involontariamente sull’auto dai carabinieri, durante il sopralluogo avvenuto – dicono loro – nell’immediatezza dei fatti. Nella seconda che il reperto analizzato è incompatibile con quello eventualmente repertato sull’auto perché troppo puro. Sul primo punto: in realtà il sopralluogo dell’auto di Olindo Romano avverrà soltanto il giorno successivo, e non la notte stessa. Inoltre il genetista incaricato dalla Procura di analizzare la macchia di sangue ha riferito trattarsi di una traccia “pura”, nel senso che difficilmente è da contaminazione, ovvero trasportata da terzi. Sul secondo punto: i carabinieri – secondo la difesa – avrebbero di fatto falsificato una prova. Altrimenti non si spiegherebbe come una traccia inesistente (fantasma) possa essere arrivata nel laboratorio del consulente del pubblico ministero. Un’affermazione che, però, non è sostenuta da alcun tipo di evidenza. Infine le confessioni.

Scrive la difesa: «Sono state considerate quale elemento di prova granitico anche se, in verità, risultano essere colme di errori e contraddizioni». La difesa sostiene: primo, che i due coniugi sono soggetti facilmente suggestionabili e che le loro sarebbero confessioni “acquiescenti” per compiacere gli inquirenti; secondo: che vi sarebbero centinaia di errori nelle loro confessioni; terzo, che ai coniugi sono state lette le confessioni l’uno dell’altra e che è per questo che riporteranno dei dettagli uguali. In particolare si legge: «A Rosa verranno lette le dichiarazioni del marito, che ella confermerà». In realtà l’attento ascolto della registrazione dell’interrogatorio consente di chiarire che a Rosa Bazzi è stata letta solo la prima parte delle dichiarazioni di Olindo Romano, cioè quella in cui il marito si autoaccusa della strage, fornendo informazioni spesso fuorvianti. In quella lettura (come abbiamo avuto modo di scrivere nei giorni scorsi) non vi era nulla dei particolari poi svelati dalla moglie. «Le modalità di raccolta delle pretese confessioni sono risultate caratterizzate da un marcato tratto di anomalia. Le dichiarazioni risultano esser state lette l’uno all’altro» insiste l’atto della difesa. A Olindo sono stati fatti sentire i primi due minuti di registrazione del primo interrogatorio di Rosa Bazzi, due minuti su oltre un’ora. In quei due minuti non vi è alcun dettaglio rispetto a quelli che racconterà a sua volta Olindo Romano.

«Le criticità delle confessioni non sono finite qui – scrive ancora la difesa - Altro elemento di criticità che confuta le dichiarazioni autoaccusatorie dei coniugi è rappresentato dalla consulenza dei RIS di Parma. I due avrebbero agito nella completa oscurità, senza ferirsi e senza lasciare traccia, nonostante chi eseguì il delitto fosse necessariamente imbrattato di sangue». In realtà senza ferirsi non è vero, e infatti Rosa Bazzi ha riportato una ferita a un dito rimediata durante l’aggressione a Valeria Cherubini, peraltro nell’unico momento dell’aggressione in cui entrambi erano armati di coltello. Perché in tutti gli altri momenti Olindo Romano ha detto di aver usato la spranga e, pur in condizioni di semibuio, ben difficilmente avrebbe potuto usarla sulla moglie, che peraltro gli stava dietro con il coltello. Per quanto riguarda l’assenza di tracce di sangue, è proprio Olindo Romano a spiegare che entrambi si sono cambiati su un tappeto dove poi hanno avvolto armi e vestiti imbrattati.

«Vennero fatte pressioni ai coniugi Romano, da parte dai Carabinieri, per farli confessare»: l’affermazione della difesa si basa sulla testimonianza di Giovanni Tartaglia, ex maresciallo dei carabibnieri che «all’epoca dei fatti prestava servizio presso il Nucleo investigativo di Como». Non c’è un singolo atto, nel fascicolo sulla strage di Erba, firmato da Giovanni Tartaglia. Quest’ultimo, peraltro, è stato congedato con disonore dall’Arma dopo aver rimediato ben tre differenti condanne penali. La parola torna all’aula.

© RIPRODUZIONE RISERVATA